Verso la manovra: come cambiano le imposte
Tra affitti, minimi e rendite finanziarie le flat tax valgono già 16 miliardi
Le flat tax già in vigore valgono più di 16 miliardi. Dalle ritenute sugli interessi bancari alla cedolare secca sugli affitti delle case, le imposte “piatte” hanno generato nel 2017 un gettito pari all’8,9% dell’Irpef (che frutta all’Erario 182,6 miliardi). E l’incidenza è destinata a salire con la manovra per l’anno prossimo. Che conterrà – tra l’altro – l’innalzamento a 65mila euro della soglia di ricavi per accedere al regime forfettario e la flat tax per gli affitti dei negozi.
Mentre la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) rinvia al 2021 l’obiettivo di ridurre a due le aliquote Irpef (al 23 e 33% oltre i 75mila euro), la ricognizione del Sole 24 Ore del Lunedì dimostra che – già oggi – l’Irpef serve a tassare per lo più i redditi di lavoro dipendente e di pensione. Due fonti di guadagno da cui arriva oltre l’80% del reddito complessivo dichiarato.
Le sostitutive sui redditi da capitale esistono fin dalla riforma del 1973-74 (quando l’Irpef, appena introdotta, aveva 32 aliquote) e negli anni sono state copiate in molti Paesi. Ma, al di là delle rendite, la tendenza a introdurre prelievi alternativi – automatici od opzionali – è esplosa negli ultimi anni. Il caso più popolare è quello della cedolare sugli affitti: scelta da 482mila contribuenti al debutto, nel 2011, nelle dichiarazioni reddituali dell’anno scorso ha tagliato il traguardo dei 2 milioni di opzioni, con un gettito di 2,5 miliardi. E altre opzioni si aggiungeranno dal 2019 con la prospettata cedolare sui negozi locati da persone fisiche, anche se molto dipenderà dal perimetro (limitata ai nuovi contratti sarebbe a costo zero; estesa a quelli esistenti costerebbe 900 milioni).
Altri due meccanismi recenti molto gettonati sono il regime dei minimi (oggi non più accessibile, ma ancora operativo per chi vi è entrato fino al 2014) e il forfettario per le piccole partite Iva. Una soluzione prescelta nei primi sei mesi di quest’anno da 123mila professionisti e mini-imprese che hanno avviato una nuova attività. Di fatto, quattro nuove partite Iva su dieci. Il gettito delle sostitutive pagate da minimi e forfettari sfiora il miliardo di euro, e crescerà con l’innalzamento a 65mila euro della soglia per accedere al forfait, previsto nell’ambito della manovra finanziaria. La stessa legge di Bilancio punta ad allentare altri due requisiti d’accesso: la spesa in beni strumentali e i compensi per i collaboratori.
Altri prelievi alternativi che si sono aggiunti negli ultimi anni sono quelli sui rendimenti del Tfr e i premi di produttività. E ci sono anche le misure nascoste. Come l’effetto sostitutivo dell’Imu, che dal 2012 ha rimpiazzato l’Irpef sui redditi fondiari degli immobili non locati (poi ripristinata al 50% per le case situate nel Comune in cui risiede il possessore).
C’è da chiedersi, di questo passo, cosa resterà nell’Irpef. Ridurre le aliquote da cinque a due non risolverebbe il paradosso di un’imposta nata per tassare tutti i redditi e ormai limitata solo ad alcuni di essi. Oltretutto, la presenza della no tax area e l’elevata incidenza dei bonus fanno sì che in alcuni scaglioni il prelievo medio effettivo sia attualmente inferiore al 23%: addirittura al 5,3% per i redditi fino a 15mila euro e al 14,3% entro i 28mila. Se poi, come si legge nella Nadef, il taglio delle aliquote sarà finanziato (anche) con il taglio dei bonus, si rischia di fare una partita di giro. In effetti, su 67 miliardi di detrazioni Irpef, 42 sono riservati a dipendenti e pensionati e, come rilevò a suo tempo la commissione guidata da Mauro Marè, non sono agevolazioni, ma elementi strutturali del prelievo.
C’è poi anche una questione nominalistica, perché un prelievo con due aliquote non è propriamente flat (e comunque, la Costituzione chiede pur sempre che il sistema fiscale nel complesso sia progressivo).
Anche questi sono i paradossi delle sostitutive.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cristiano Dell’Oste
Giovanni Parente
Mentre la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) rinvia al 2021 l’obiettivo di ridurre a due le aliquote Irpef (al 23 e 33% oltre i 75mila euro), la ricognizione del Sole 24 Ore del Lunedì dimostra che – già oggi – l’Irpef serve a tassare per lo più i redditi di lavoro dipendente e di pensione. Due fonti di guadagno da cui arriva oltre l’80% del reddito complessivo dichiarato.
Le sostitutive sui redditi da capitale esistono fin dalla riforma del 1973-74 (quando l’Irpef, appena introdotta, aveva 32 aliquote) e negli anni sono state copiate in molti Paesi. Ma, al di là delle rendite, la tendenza a introdurre prelievi alternativi – automatici od opzionali – è esplosa negli ultimi anni. Il caso più popolare è quello della cedolare sugli affitti: scelta da 482mila contribuenti al debutto, nel 2011, nelle dichiarazioni reddituali dell’anno scorso ha tagliato il traguardo dei 2 milioni di opzioni, con un gettito di 2,5 miliardi. E altre opzioni si aggiungeranno dal 2019 con la prospettata cedolare sui negozi locati da persone fisiche, anche se molto dipenderà dal perimetro (limitata ai nuovi contratti sarebbe a costo zero; estesa a quelli esistenti costerebbe 900 milioni).
Altri due meccanismi recenti molto gettonati sono il regime dei minimi (oggi non più accessibile, ma ancora operativo per chi vi è entrato fino al 2014) e il forfettario per le piccole partite Iva. Una soluzione prescelta nei primi sei mesi di quest’anno da 123mila professionisti e mini-imprese che hanno avviato una nuova attività. Di fatto, quattro nuove partite Iva su dieci. Il gettito delle sostitutive pagate da minimi e forfettari sfiora il miliardo di euro, e crescerà con l’innalzamento a 65mila euro della soglia per accedere al forfait, previsto nell’ambito della manovra finanziaria. La stessa legge di Bilancio punta ad allentare altri due requisiti d’accesso: la spesa in beni strumentali e i compensi per i collaboratori.
Altri prelievi alternativi che si sono aggiunti negli ultimi anni sono quelli sui rendimenti del Tfr e i premi di produttività. E ci sono anche le misure nascoste. Come l’effetto sostitutivo dell’Imu, che dal 2012 ha rimpiazzato l’Irpef sui redditi fondiari degli immobili non locati (poi ripristinata al 50% per le case situate nel Comune in cui risiede il possessore).
C’è da chiedersi, di questo passo, cosa resterà nell’Irpef. Ridurre le aliquote da cinque a due non risolverebbe il paradosso di un’imposta nata per tassare tutti i redditi e ormai limitata solo ad alcuni di essi. Oltretutto, la presenza della no tax area e l’elevata incidenza dei bonus fanno sì che in alcuni scaglioni il prelievo medio effettivo sia attualmente inferiore al 23%: addirittura al 5,3% per i redditi fino a 15mila euro e al 14,3% entro i 28mila. Se poi, come si legge nella Nadef, il taglio delle aliquote sarà finanziato (anche) con il taglio dei bonus, si rischia di fare una partita di giro. In effetti, su 67 miliardi di detrazioni Irpef, 42 sono riservati a dipendenti e pensionati e, come rilevò a suo tempo la commissione guidata da Mauro Marè, non sono agevolazioni, ma elementi strutturali del prelievo.
C’è poi anche una questione nominalistica, perché un prelievo con due aliquote non è propriamente flat (e comunque, la Costituzione chiede pur sempre che il sistema fiscale nel complesso sia progressivo).
Anche questi sono i paradossi delle sostitutive.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cristiano Dell’Oste
Giovanni Parente
Anche se è rinviata al 2021 l’Irpef al 23 e 33%, non si ferma la crescita delle sostitutive In arrivo quelle per le locazioni di negozi e per le partite Iva fino a 65mila euro di ricavi

