Sette anni di tentativi. Dal primo monitoraggio del 2011 al costante richiamo tra gli obiettivi contenuti nel Def
Ma il riassetto è sempre rimasto sulla carta
ROMA
Ripartire dal dossier elaborato nell’ormai lontano inizio del 2014 da Carlo Cottarelli e disboscare la selva delle agevolazioni fiscali. È molto simile la strada tracciata nei programmi elettorali del M5S e in quello “condiviso” del Centrodestra (dopo il voto del 4 marzo a trazione leghista) per recuperare preziose risorse dalla fitta selva delle tax expenditures, esplorata con una certa attenzione fin dai tempi degli ultimi Governi a guida Berlusconi, ma rimasta fino ad oggi sostanzialmente intatta.
I 5 Stelle guidati dal candidato premier Luigi Di Maio puntano a ricavare 40 miliardi l’anno, a regime, dalla razionalizzazione a tappeto degli sconti fiscali. Importo che rappresenta circa la metà dei 75-80 miliardi di coperture necessarie a rendere operativo il loro programma economico (imperniato sul reddito di cittadinanza, il dimezzamento dell’Irap e la revisione degli scaglioni Irpef). Altri 30 miliardi di coperture dovrebbero arrivare da una massiccia fase di spending reviewricalcando il piano messo a punto a suo tempo da Carlo Cottarelli. Il resto dovrebbe essere coperto agendo sulla leva del deficit.
La minor spesa per le agevolazioni fiscali verrebbe ad esempio utilizzata per una quota pari a 5 miliardi per tagliare l’Irap, la cui riduzione complessiva dovrebbe essere di 11-12 miliardi (le altre risorse arriverebbero dall’attuazione del piano Giavazzi sul taglio dei trasferimenti alle imprese, ma con una dote rafforzata rispetto alla sua versione originaria). La sforbiciata alle agevolazioni contribuirebbe poi per 6,5 miliardi a coprire il pacchetto-pensioni che costa 10,5-11 miliardi l’anno e che prevede lo stop alla riforma Fornero e il blocco graduale dell’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita (il resto della copertura arriverebbe dalla spending review).
Il Centrodestra, invece, conta di coprire una parte degli oneri della flat tax, pilastro portante del suo programma economico, tagliando le agevolazioni fiscali senza toccare le detrazioni per lavoro dipendente e pensionati, i carichi familiari e gli interessi sui mutui prima casa. Secondo Forza Italia, come sottolineato da Renato Brunetta, oggi il sistema prevede un “buco” di gettito di 175 miliardi di sconti fiscali: quasi 300 voci tra Irpef e tassazione sulle imprese (anche se l’ultimo rapporto depositato in Parlamento dal Mef indica 466 voci di spesa fiscale per oltre 54 miliardi di euro ). Una giungla di deduzioni e detrazioni che per Fi può essere disboscata passando con la flat tax dalle cinque attuali aliquote, a un’aliquota sola, attorno al 23 per cento. Ma a parere di quello che, dopo l’esito della tornata elettorale del 4 marzo, è il candidato premier del Centrodestra, Matteo Salvini, l’asticella della flat tax dovrebbe addirittura scendere al 15 per cento. Anche se dalla Lega non arrivano ancora dettagli sull’eventuale intervento sulle tax expenditures, che è comunque previsto dal programma condiviso del Centrodestra.
Resta da vedere, se questa volta, la “potatura” sarà davvero realizzata.
Fin qui tutti i tentativi sono rimasti sulla carta. Il primo di un certo peso è datato 2011 quando la commissione Vieri Ceriani arrivò a censire 720 agevolazioni fiscali per un valore di 253,7 miliardi. Nello stesso anno il Governo Berlusconi ricorse a una clausola di salvaguardia costruita sul taglio degli sconti fiscali. Ma non si fece nulla. E l’intervento è rimasto al palo anche con i Governi Monti e Letta, ad eccezione dell’abolizione dell’Iva agevolata sulla “pausa caffé” (l’aliquota ridotta sui distributori automatici).
L’esecutivo Renzi fa rientrare la riduzione delle agevolazioni fiscali nel perimetro della spending review affidando il compito a Roberto Perotti, che ipotizzò un taglio da 1,5 a 3 miliardi. Ma da Matteo Renzi arrivò uno stop, per il timore di pagare un prezzo politico troppo elevato con gli elettori, e Perotti si dimise.
Con Pier Carlo Padoan alla guida del ministero dell’Economia (sia con il Governo guidato da Renzi sia con quello presieduto Paolo Gentiloni) il riordino delle agevolazioni fiscali è rispuntato sistematicamente al momento del varo di ogni Def e Pnr ma senza produrre alcun effetto operativo, nonostante l’istituzione al Mef dell’apposita commissione presieduta da Mauro Marè.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Marco Rogari
Ripartire dal dossier elaborato nell’ormai lontano inizio del 2014 da Carlo Cottarelli e disboscare la selva delle agevolazioni fiscali. È molto simile la strada tracciata nei programmi elettorali del M5S e in quello “condiviso” del Centrodestra (dopo il voto del 4 marzo a trazione leghista) per recuperare preziose risorse dalla fitta selva delle tax expenditures, esplorata con una certa attenzione fin dai tempi degli ultimi Governi a guida Berlusconi, ma rimasta fino ad oggi sostanzialmente intatta.
I 5 Stelle guidati dal candidato premier Luigi Di Maio puntano a ricavare 40 miliardi l’anno, a regime, dalla razionalizzazione a tappeto degli sconti fiscali. Importo che rappresenta circa la metà dei 75-80 miliardi di coperture necessarie a rendere operativo il loro programma economico (imperniato sul reddito di cittadinanza, il dimezzamento dell’Irap e la revisione degli scaglioni Irpef). Altri 30 miliardi di coperture dovrebbero arrivare da una massiccia fase di spending reviewricalcando il piano messo a punto a suo tempo da Carlo Cottarelli. Il resto dovrebbe essere coperto agendo sulla leva del deficit.
La minor spesa per le agevolazioni fiscali verrebbe ad esempio utilizzata per una quota pari a 5 miliardi per tagliare l’Irap, la cui riduzione complessiva dovrebbe essere di 11-12 miliardi (le altre risorse arriverebbero dall’attuazione del piano Giavazzi sul taglio dei trasferimenti alle imprese, ma con una dote rafforzata rispetto alla sua versione originaria). La sforbiciata alle agevolazioni contribuirebbe poi per 6,5 miliardi a coprire il pacchetto-pensioni che costa 10,5-11 miliardi l’anno e che prevede lo stop alla riforma Fornero e il blocco graduale dell’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita (il resto della copertura arriverebbe dalla spending review).
Il Centrodestra, invece, conta di coprire una parte degli oneri della flat tax, pilastro portante del suo programma economico, tagliando le agevolazioni fiscali senza toccare le detrazioni per lavoro dipendente e pensionati, i carichi familiari e gli interessi sui mutui prima casa. Secondo Forza Italia, come sottolineato da Renato Brunetta, oggi il sistema prevede un “buco” di gettito di 175 miliardi di sconti fiscali: quasi 300 voci tra Irpef e tassazione sulle imprese (anche se l’ultimo rapporto depositato in Parlamento dal Mef indica 466 voci di spesa fiscale per oltre 54 miliardi di euro ). Una giungla di deduzioni e detrazioni che per Fi può essere disboscata passando con la flat tax dalle cinque attuali aliquote, a un’aliquota sola, attorno al 23 per cento. Ma a parere di quello che, dopo l’esito della tornata elettorale del 4 marzo, è il candidato premier del Centrodestra, Matteo Salvini, l’asticella della flat tax dovrebbe addirittura scendere al 15 per cento. Anche se dalla Lega non arrivano ancora dettagli sull’eventuale intervento sulle tax expenditures, che è comunque previsto dal programma condiviso del Centrodestra.
Resta da vedere, se questa volta, la “potatura” sarà davvero realizzata.
Fin qui tutti i tentativi sono rimasti sulla carta. Il primo di un certo peso è datato 2011 quando la commissione Vieri Ceriani arrivò a censire 720 agevolazioni fiscali per un valore di 253,7 miliardi. Nello stesso anno il Governo Berlusconi ricorse a una clausola di salvaguardia costruita sul taglio degli sconti fiscali. Ma non si fece nulla. E l’intervento è rimasto al palo anche con i Governi Monti e Letta, ad eccezione dell’abolizione dell’Iva agevolata sulla “pausa caffé” (l’aliquota ridotta sui distributori automatici).
L’esecutivo Renzi fa rientrare la riduzione delle agevolazioni fiscali nel perimetro della spending review affidando il compito a Roberto Perotti, che ipotizzò un taglio da 1,5 a 3 miliardi. Ma da Matteo Renzi arrivò uno stop, per il timore di pagare un prezzo politico troppo elevato con gli elettori, e Perotti si dimise.
Con Pier Carlo Padoan alla guida del ministero dell’Economia (sia con il Governo guidato da Renzi sia con quello presieduto Paolo Gentiloni) il riordino delle agevolazioni fiscali è rispuntato sistematicamente al momento del varo di ogni Def e Pnr ma senza produrre alcun effetto operativo, nonostante l’istituzione al Mef dell’apposita commissione presieduta da Mauro Marè.
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Marco Rogari

