Quel silenzio sulle coperture
È un contratto «per il Governo del cambiamento», quello illustrato ieri dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che parte con alcuni omissis.
Continua a pagina 3
Dino PesoleContinua da pagina 1
Dall’euro, che avrebbe richiesto già nell’esposizione programmatica quanto poi Conte ha esplicitato in sede di replica (l’uscita dall’euro «non è mai stata in discussione»), al tema altrettanto decisivo delle coperture e delle clausole Iva. Si va dal «salario minimo orario» al reddito e alla pensione di cittadinanza, al debito pubblico che va ridotto azionando la leva della crescita. Obiettivo condivisibile a patto che si chiarisca in che modo si intende spingere sul pedale dello sviluppo per creare occupazione e lavoro stabile, con quali politiche economiche, industriali e fiscali. Sulla flat tax a due aliquote, pare doveroso indicare entro quale arco temporale e con quali priorità saranno adottati i diversi “moduli”, e con quali risorse si finanzierà una riforma che a regime può costare fino a 50 miliardi. Cui andrebbero ad aggiungersi i 17 miliardi del reddito di cittadinanza e i 5 miliardi l’anno del “superamento” della legge Fornero. Un imponente volume di risorse che richiede coperture certe e strutturali. Al momento non si va oltre la “lotta agli sprechi e ai privilegi”, il taglio dei vitalizi e delle pensioni oltre i 5mila euro al mese, che hanno un valore simbolico ma con impatto minimo sui conti pubblici. In realtà solo un’attenta spending review da avviare proprio ora, a inizio legislatura, può garantire l’auspicata razionalizzazione della spesa aprendo gli spazi per la riduzione della pressione fiscale. Conte parla di “alleanza finanziaria” tra fisco e contribuenti, ma occorre chiarire se tra le coperture che si vanno immaginando compaia anche la “pace fiscale” evocata nel “contratto” (un vero e proprio condono?). Entrate in ogni caso una tantum che non potranno coprire riduzioni permanenti delle tasse o aumenti di spesa corrente. E anche il ricorso alla maggiore crescita indotta dagli sgravi fiscali quale fonte di copertura è da calibrare con attenzione (arduo stimarne ex ante gli effetti). Va bene l’impegno alla semplificazione e la lotta alla burocrazia, e anche l’impegno a «favorire le imprese che innovano e assumono nuovo personale». Ma occorre accompagnare questi intendimenti programmatici con l’indicazione del percorso e dei relativi costi. Sull’Europa, è certamente apprezzabile il richiamo all’appartenenza («è la nostra casa»), alla necessità che il confronto avvenga in un quadro di stabilità finanziaria e di fiducia dei mercati, e che l’Europa vada cambiata nel segno dell’equità. «È legittimo oppure no rinegoziare le politiche economiche», si è chiesto Conte in sede di replica? E tuttavia ci si attende ora che il neonato governo, in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, chiarisca la sua posizione sul tema centrale della nuova governance economica europeo e sul completamento dell’unione bancaria. Tra gli altri omissis si registra l’assenza di indicazioni sul tema delle clausole Iva, pronte a scattare dal prossimo anno. Poiché l’intera questione, al pari degli obiettivi di deficit (cui pure non si va cenno) sarà oggetto tra breve di trattativa con Bruxelles, un chiarimento preliminare pare doveroso.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Dino Pesole
Continua a pagina 3
Dino PesoleContinua da pagina 1
Dall’euro, che avrebbe richiesto già nell’esposizione programmatica quanto poi Conte ha esplicitato in sede di replica (l’uscita dall’euro «non è mai stata in discussione»), al tema altrettanto decisivo delle coperture e delle clausole Iva. Si va dal «salario minimo orario» al reddito e alla pensione di cittadinanza, al debito pubblico che va ridotto azionando la leva della crescita. Obiettivo condivisibile a patto che si chiarisca in che modo si intende spingere sul pedale dello sviluppo per creare occupazione e lavoro stabile, con quali politiche economiche, industriali e fiscali. Sulla flat tax a due aliquote, pare doveroso indicare entro quale arco temporale e con quali priorità saranno adottati i diversi “moduli”, e con quali risorse si finanzierà una riforma che a regime può costare fino a 50 miliardi. Cui andrebbero ad aggiungersi i 17 miliardi del reddito di cittadinanza e i 5 miliardi l’anno del “superamento” della legge Fornero. Un imponente volume di risorse che richiede coperture certe e strutturali. Al momento non si va oltre la “lotta agli sprechi e ai privilegi”, il taglio dei vitalizi e delle pensioni oltre i 5mila euro al mese, che hanno un valore simbolico ma con impatto minimo sui conti pubblici. In realtà solo un’attenta spending review da avviare proprio ora, a inizio legislatura, può garantire l’auspicata razionalizzazione della spesa aprendo gli spazi per la riduzione della pressione fiscale. Conte parla di “alleanza finanziaria” tra fisco e contribuenti, ma occorre chiarire se tra le coperture che si vanno immaginando compaia anche la “pace fiscale” evocata nel “contratto” (un vero e proprio condono?). Entrate in ogni caso una tantum che non potranno coprire riduzioni permanenti delle tasse o aumenti di spesa corrente. E anche il ricorso alla maggiore crescita indotta dagli sgravi fiscali quale fonte di copertura è da calibrare con attenzione (arduo stimarne ex ante gli effetti). Va bene l’impegno alla semplificazione e la lotta alla burocrazia, e anche l’impegno a «favorire le imprese che innovano e assumono nuovo personale». Ma occorre accompagnare questi intendimenti programmatici con l’indicazione del percorso e dei relativi costi. Sull’Europa, è certamente apprezzabile il richiamo all’appartenenza («è la nostra casa»), alla necessità che il confronto avvenga in un quadro di stabilità finanziaria e di fiducia dei mercati, e che l’Europa vada cambiata nel segno dell’equità. «È legittimo oppure no rinegoziare le politiche economiche», si è chiesto Conte in sede di replica? E tuttavia ci si attende ora che il neonato governo, in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, chiarisca la sua posizione sul tema centrale della nuova governance economica europeo e sul completamento dell’unione bancaria. Tra gli altri omissis si registra l’assenza di indicazioni sul tema delle clausole Iva, pronte a scattare dal prossimo anno. Poiché l’intera questione, al pari degli obiettivi di deficit (cui pure non si va cenno) sarà oggetto tra breve di trattativa con Bruxelles, un chiarimento preliminare pare doveroso.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Dino Pesole

