Decreto Dignità, approvato dal Quirinale. Le novità del lavoro: la guida in sette punti
Il Quirinale firma il decreto dignità. Sotto i 24 mesi, meno di 80 mila posti a tempo determinato
Salta la causale per i contratti stagionali
A quasi due settimane dal via libera in Consiglio dei ministri, il decreto «dignità» si avvicina al traguardo. Dopo la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato, che ha potuto verificare la correttezza delle coperture, ieri sera è arrivata anche la firma del Capo dello Stato e adesso manca solo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Nell’ultima versione del provvedimento ci sono alcune novità. La più importante riguarda i contratti stagionali: a differenza di quanto previsto per i normali contratti a termine, non sarà necessario indicare la causale, cioè il motivo per cui non si usa un contratto a tempo indeterminato. Non cambierà nulla rispetto alle regole in vigore oggi ma è anche un segnale di come la Lega, in Parlamento, potrebbe cercare di togliere l’obbligo della causale per tutti i contratti a termine, appoggiando le richieste degli imprenditori che la considerano una complicazione che porterà a un aumento dei ricorsi.
Dalla relazione tecnica che accompagna il decreto viene fuori che la stretta sui contratti a termine — in particolare con il taglio della durata massima da tre a due anni — potrebbe far perdere 80 mila contratti a termine l’anno: tanti sono i rapporti di lavoro inferiori ai 24 mesi, il 4% del totale. Anche per questo, in Parlamento, potrebbe essere introdotto un incentivo per le aziende che trasformano i contratti a termine in contratti stabili. Una mossa che però avrebbe un costo per lo Stato, da aggiungere ai 220 milioni già messi in conto. Ma cosa ha ritardato ancora l’iter del decreto? In realtà ci sarebbe ancora qualche problema sui giochi. Il divieto di pubblicità per le aziende del settore scatterà quando il testo sarà pubblicato, salvando i contratti già firmati. Impossibile renderlo retroattivo, e cioè farlo partire dal giorno dell’approvazione in consiglio dei ministri, come pure qualcuno aveva ipotizzato. Il punto è che in questi giorni c’è stata una corsa alla firma di contratti pubblicitari, che sfuggirebbero al bando. Per arginare il fenomeno, il decreto prevede che dopo un anno il divieto scatti pure per loro. Una norma di dubbia costituzionalità, esaminata ieri con attenzione, e che potrebbe cambiare in Parlamento. Sul tema dei giochi è intervenuto anche Urbano Cairo, presidente e amministratore delegato di Rcs Mediagroup: «Avrei fatto il contrario. Meglio avere un gioco regolato e mettere anche regole in più che stoppare la pubblicità». Intanto si profila un nuovo rinvio sulle nomine di Cassa depositi e prestiti. All’assembla di oggi il Tesoro potrebbe non presentare la sua lista.
La parte più importante del decreto è la stretta sui contratti a termine. La loro durata massima scende da tre a due anni, il limite alle proroghe da cinque a quattro. Dal primo rinnovo torna l’obbligo di indicare la causale, cioè il motivo per cui si fa ricorso al contratto a tempo determinato invece che a quello stabile. Fanno eccezione i contratti stagionali, dopo l’ultimo ritocco al testo, che continueranno a non aver bisogno della causale. Oltre che più complesso, il rinnovo del contratto a termine diventa anche più caro: ad ogni proroga il contributo che l’azienda deve pagare aumenta dello 0,5%. Più costoso anche l’indennizzo che l’azienda deve pagare in caso di licenziamento senza giusta causa del lavoratore che ha un contratto stabile ma senza articolo 18, quello introdotto dal Jobs act: andava da 4 a 24 mesi di stipendio, passa da 6 a 36.
Il ritorno dei voucher su agricoltura e turismo
Sul lavoro ci potrebbero essere altre novità, che però dovrebbero arrivare in Parlamento quando il decreto arriverà per la conversione in legge. La più importante è la reintroduzione dei voucher, i buoni per pagare i lavoratori a ore cancellati dal governo Gentiloni per aggirare il referendum abrogativo promosso dalla Cgil. Dovrebbero essere reintrodotti per agricoltura, turismo e collaboratori domestici. Mantenendo, per evitare abusi, quel meccanismo della tracciabilità introdotto nell’ultima fase, quando i ticket non era più acquistabili dal tabaccaio ma su una piattaforma on line e il loto utilizzo andava comunicato preventivamente. Altra novità che potrebbe essere introdotta in Parlamento è un incentivo per le aziende che trasformano i contratti a tempo determinato in rapporti stabili. Ma servirebbero risorse aggiuntive.
Scommesse, spot vietati
Scatta il divieto di pubblicità su giochi e scommesse con vincite in denaro. Il bando, che parte con l’entrata in vigore del decreto e quindi con la sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale, riguarda spot su radio e tv, annunci sui giornali, manifesti, siti internet ma anche le sponsorizzazioni e «tutte le forme di comunicazione di contenuto promozionale». Si salvano solo la Lotteria Italia e le «manifestazioni di sorte locali», come le piccole pesche di beneficenza. Restano fuori dal divieto, né poteva essere diversamente, anche i contratti già firmati al momento dell’entrata in vigore del decreto. Ma, per contrastare la corsa alla firma di accordi avvenuta negli ultimi giorni, si stabilisce che dovranno scadere al massimo entro un anno dall’entrata in vigore del decreto. Un passaggio sul quale ci sarebbe ancora qualche dubbio di costituzionalità.
Impianti, maxi multe per chi trasloca all’estero
Il decreto introduce un meccanismo per contrastare le delocalizzazioni, estendendo e potenziando le regole già previste in parte dal ministero per lo Sviluppo economico. Le imprese che spostano i loro impianti produttivi all’estero dovranno restituire i contributi pubblici ricevuti a qualsiasi titolo. Se lo spostamento è verso un Paese dell’Unione europea, l’azienda dovrà restituire i contributi ricevuti più gli interessi. Se il «trasloco» è invece verso un Paese al di fuori dell’Ue si aggiunge anche una sanzione che va «da due a quattro volte l’importo del beneficio ricevuto». Il meccanismo scatta se la delocalizzazione avviene entro cinque anni dal momento in cui l’azienda ha ricevuto l’aiuto pubblico. E si applicherà anche al super ammortamento, lo sconto fiscale previsto per le aziende che hanno acquistato beni strumentali.
Redditometro rivisto, rinvio per lo spesometro
Nel decreto c’è anche un pacchetto fiscale. Tre le misure previste. La prima è la revisione del redditometro, lo strumento che consente al Fisco di determinare il reddito del contribuente in base alla sua capacità di spesa. Non cambia molto perché il redditometro era stato di fatto già archiviato. La seconda modifica riguarda invece lo spesometro, cioè le comunicazioni sull’Iva che vanno inviate all’Agenzia delle entrate: la scadenza per l’invio dei dati del terzo trimestre viene rinviata a febbraio 2019, insieme quindi all’invio dei dati del quarto trimestre. Più importante, e costosa per le casse pubbliche, la novità sullo split payment, il meccanismo anti evasione con cui lo Stato versa l’Iva sui suoi acquisti direttamente a sé stesso. Dal sistema restano fuori i professionisti che forniscono servizi alle amministrazioni pubbliche
Il contributo aggiuntivo e i tagli ai ministeri
È stato il vero problema del decreto: trovare coperture solide, cioè le risorse necessarie per finanziare le maggiori spese e le minori entrate dello Stato. In parte arrivano dal contributo aggiuntivo sui contratti a termine. In parte dall’aumento della tassazione sulle società concessionarie di giochi che scatterà in due tranche, la prima a settembre di quest’anno, la seconda a partire dal primo maggio 2019. L’aumento di settembre non era previsto nella penultima bozza ed è stato aggiunto per eliminare il taglio da 35 milioni di euro a carico del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. Altre risorse vengono dal taglio di alcuni fondi ministeriali. Compreso quello del ministero dell’Economia per interventi strutturali di politica economica che dovrebbe servire per il taglio delle tasse. Ma si tratta solo di 8 milioni.

