Privatizzazioni, priorità immobili Resta la carta Cdp per Eni e Enav
Di Maio: «dalle dismissioni effetto sul debito. Non ci sono gioielli di famiglia»
Il Governo rimette in pista un percorso di privatizzazioni per trovare un punto di equilibrio con la Commissione europea sulla manovra. «Priorità agli immobili» ha specificato ieri in serata il vice premier Di Maio parlando di dismissioni che «avranno effetti positivi sul debito, non ci sono i gioielli di famiglia». Già nel documento di programmazione (Nadef) era stato ipotizzato un generico percorso di dismissioni – immobiliari o legate al riassetto del settore delle concessioni – non di facile realizzazione. Il ministero dell’Economia a settembre aveva allertato il vertice Cdp per realizzare a tambur battente due operazioni, che però sono state di lì a poco bloccate per volontà della compagine governativa. Quelle dismissioni di partecipazioni potrebbero tornare d’attualità, più che altro come segnale di sensibilità delle autorità italiane rispetto alla necessità di un percorso di abbattimento del debito pubblico. Il progetto prevede la cessione del 53,373% del capitale di Enav e del 3,3% di Eni dal Mef alla Cdp, per un controvalore complessivo di 3 miliardi di euro. L’operazione era già stata messa in pista a fine 2017 dal governo Gentiloni ed era stata fermata per i dubbi di Eurostat, perplesso sull’efficacia di una partita di giro tra il ministero dell’Economia e la controllata all’86 per cento. La partita di giro allora appariva spiccatamente tale perchè il dicastero di via XX Settembre intendeva vendere senza cedere i poteri di governance sulle controllate. Poteri che danno al governo la scelta diretta delle liste per i cda. In mancanza di tali prerogative le scelte sulle nomine vanno in qualche modo condivise con le fondazioni di origine bancaria, azionisti di minoranza della Cdp. Le dismissioni immaginate a settembre prevedevano anche la cessione della governance; un processo analogo non dovrebbe invece essere consentito per l’Eni, di cui Cdp già possiede 25,6% del capitale, e del quale il Mef manterrebbe l’1% del capitale. Cdp, del resto, controlla anche Snam e i poteri di governance su entrambe le società potrebbero aprire un problema di antitrust. La società guidata da Fabrizio Palermo ha le risorse per sostenere l’operazione, visto che dopo la revisione della struttura finanziaria della società da lui curata Cdp è in grado di generare cassa per circa 2-3 miliardi l’anno. Tra il 2017 e il 2018 la dotazione dovrebbe essere arrivata attorno a 5 miliardi, dai quali vanno scalate le risorse spese per acquistare circa il 5% di Telecom (500 milioni). Ma anche i fondi investiti a partire dalla scorsa primavera per acquistare titoli di Stato, sia nelle aste che sul mercato secondario, per contribuire a calmierare lo spread. Pare che negli ultimi mesi questi acquisti siano stati molto ingenti. Il tesoretto cui attingere per comprare partecipazioni dal Mef, in ogni caso, c’è. Altro tema da prendere in considerazione è l’eventuale discesa in campo di Cdp per rilevare il controllo della rete fissa di Telecom una volta scorporata. La strada non potrebbe essere diversa da una scissione proporzionale (rete da servizi) lasciando la rete quotata. Ammesso e non concesso che i francesi fossero disposti a vendere la quota del 23% e che il valore della rete non superasse i 5-6 miliardi, alla Cdp l’operazione costerebbe attorno a 2 miliardi. Troppo per fare quest’anno sia privatizzazioni che il blitz su Telecom.
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Laura Serafini

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