Reddito di cittadinanza: Lega al lavoro, priorità ai giovani
Le novità. Nelle intenzioni del governo da strumento antipovertà a misura per l’occupazione Il sottosegretario Siri: evitare il rischio assistenzialismo, le risorse alle imprese per la formazione
Da misura anti povertà, il reddito di cittadinanza nelle intenzioni del governo va delineandosi sempre più come strumento per favorire l’occupazione dei giovani, i più penalizzati dalla crisi. Per la fascia d’età tra 15 e 24 anni il tasso di disoccupazione nell’ultimo decennio è balzato dal 21,5% al 31,6% (terzultimo in Europa), l’Italia ha il triste primato di giovani che non lavorano, non studiano e non si formano (uno su 4 è Neet).
In attesa che il provvedimento veda la luce con un collegato alla manovra, l’orientamento che emerge dalle parole del consulente del ministro Di Maio, Pasquale Tridico (economia del lavoro all’Università Roma Tre), è che «considerato l’elevato numero di Neet è necessario utilizzare queste risorse per il loro inserimento nel mercato del lavoro». Del resto la Lega incalza, e per voce del sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, lancia una proposta: «Contro il rischio di assistenzialismo bisogna evitare che le risorse vadano a persone che magari non si attivano. Bisogna darle direttamente all’impresa che si prenderà in carico il disoccupato per formarlo, sotto la supervisione di un tutor, che pagherà mensilmente un corrispettivo utilizzando il reddito per la formazione, e alla fine del percorso formativo potrà assumerlo».
La legge di Bilancio assegna 7,1 miliardi annui al reddito di cittadinanza (Rdc) – un miliardo al potenziamento dei centri per l’impiego e 900 milioni alla pensione di cittadinanza – che agirà come un sussidio integrativo fino al raggiungimento della soglia di 780 euro mensili per un single (1.014 con un figlio). Il beneficiario dovrà rivolgersi ad un centro per l’impiego, impegnandosi ad accettare un’offerta di lavoro congrua (al terzo rifiuto si perde l’assegno). Il problema è che avere centri per l’impiego all’altezza è una sfida molto difficile, secondo le Regioni (che hanno la competenza sui servizi per il lavoro), richiede tempi più lunghi rispetto alla scadenza di marzo-aprile indicata dal ministro Di Maio per il decollo del Rdc. È raro che dai centri per l’impiego arrivi anche una sola offerta di lavoro, svolgono compiti amministrativi, sono sottodimensionati (8mila unità contro 110mila della Germania e 90mila della Francia) con un personale che – salvo qualche eccezione – non è stato formato per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ancora si attende l’arrivo dei 1.600 nuovi ingressi annunciati lo scorso anno, e bisogna fare i conti con una carenza di dotazioni informatiche nella metà dei 501 Cpi (72% al Sud e nelle Isole).
Si aggiunga che le banche dati dei centri per l’impiego non dialogano tra loro, né con le altre amministrazioni coinvolte (Inps, Agenzia delle entrate, Camera di Commercio). Il risultato è che il centro per l’impiego possiede solo una piccola parte delle informazioni sulla carriera formativa e lavorativa di un disoccupato che cerca un’occupazione. Senza contare che tra i 5 milioni di poveri assoluti che dovrebbero essere intercettati dal Rdc, molti non sono occupabili, perché vengono da situazioni di estrema difficoltà e richiedono un sostegno assistenzale.
Fino al decollo del Rdc continuerà ad operare il reddito di inclusione (Rei), che ha dato sostegno ad 1 milione di persone, ed è gestito dai comuni. Resta da capire come verrà gestita la transizione e che ruolo avranno i servizi sociali dei comuni in un sistema che da aprile sarà incentrato sui centri per l’impiego. Per il presidente dell’Inps, Tito Boeri, proseguire con il Rei sarebbe «più sicuro» perché la struttura «è già rodata, ha funzionato molto bene ed ha un costo più basso».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giorgio Pogliotti
In attesa che il provvedimento veda la luce con un collegato alla manovra, l’orientamento che emerge dalle parole del consulente del ministro Di Maio, Pasquale Tridico (economia del lavoro all’Università Roma Tre), è che «considerato l’elevato numero di Neet è necessario utilizzare queste risorse per il loro inserimento nel mercato del lavoro». Del resto la Lega incalza, e per voce del sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, lancia una proposta: «Contro il rischio di assistenzialismo bisogna evitare che le risorse vadano a persone che magari non si attivano. Bisogna darle direttamente all’impresa che si prenderà in carico il disoccupato per formarlo, sotto la supervisione di un tutor, che pagherà mensilmente un corrispettivo utilizzando il reddito per la formazione, e alla fine del percorso formativo potrà assumerlo».
La legge di Bilancio assegna 7,1 miliardi annui al reddito di cittadinanza (Rdc) – un miliardo al potenziamento dei centri per l’impiego e 900 milioni alla pensione di cittadinanza – che agirà come un sussidio integrativo fino al raggiungimento della soglia di 780 euro mensili per un single (1.014 con un figlio). Il beneficiario dovrà rivolgersi ad un centro per l’impiego, impegnandosi ad accettare un’offerta di lavoro congrua (al terzo rifiuto si perde l’assegno). Il problema è che avere centri per l’impiego all’altezza è una sfida molto difficile, secondo le Regioni (che hanno la competenza sui servizi per il lavoro), richiede tempi più lunghi rispetto alla scadenza di marzo-aprile indicata dal ministro Di Maio per il decollo del Rdc. È raro che dai centri per l’impiego arrivi anche una sola offerta di lavoro, svolgono compiti amministrativi, sono sottodimensionati (8mila unità contro 110mila della Germania e 90mila della Francia) con un personale che – salvo qualche eccezione – non è stato formato per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ancora si attende l’arrivo dei 1.600 nuovi ingressi annunciati lo scorso anno, e bisogna fare i conti con una carenza di dotazioni informatiche nella metà dei 501 Cpi (72% al Sud e nelle Isole).
Si aggiunga che le banche dati dei centri per l’impiego non dialogano tra loro, né con le altre amministrazioni coinvolte (Inps, Agenzia delle entrate, Camera di Commercio). Il risultato è che il centro per l’impiego possiede solo una piccola parte delle informazioni sulla carriera formativa e lavorativa di un disoccupato che cerca un’occupazione. Senza contare che tra i 5 milioni di poveri assoluti che dovrebbero essere intercettati dal Rdc, molti non sono occupabili, perché vengono da situazioni di estrema difficoltà e richiedono un sostegno assistenzale.
Fino al decollo del Rdc continuerà ad operare il reddito di inclusione (Rei), che ha dato sostegno ad 1 milione di persone, ed è gestito dai comuni. Resta da capire come verrà gestita la transizione e che ruolo avranno i servizi sociali dei comuni in un sistema che da aprile sarà incentrato sui centri per l’impiego. Per il presidente dell’Inps, Tito Boeri, proseguire con il Rei sarebbe «più sicuro» perché la struttura «è già rodata, ha funzionato molto bene ed ha un costo più basso».
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Giorgio Pogliotti

