Sulla nuova Imu sindaci prudenti per il nodo aliquota
L’ddio alla Tasi proposto dall’Anci, ma il tetto all’11,4 supera le richieste degli enti
ROMA
La spinta iniziale per unificare Imu e Tasi arriva dai sindaci. Ma la sua traduzione scritta nell’emendamento leghista alla legge di bilancio (si veda Il Sole 24 Ore di domenica) va addirittura oltre le loro richieste. E lo fa sul punto più delicato: quello dell’aliquota massima della «nuova Imu» unica.
Secondo il correttivo presentato alla manovra, la nuova Imu potrebbe arrivare a chiedere fino all’11,4 per mille del valore catastale. E andare quindi oltre il tetto attuale del 10,6 per mille, che finora è stato possibile superare solo nei Comuni (circa uno su sette) in cui a suo tempo è stata applicata la «maggiorazione Tasi» dello 0,8 per mille poi confermata negli anni del blocco del fisco locale.
Il rischio-aumento è già finito al centro delle critiche dei proprietari immobiliari rappresentati da Confedilizia. E complica la strada di una misura che viaggia insieme allo scongelamento delle aliquote locali, sul mattone e sui redditi, alla probabilità che non venga replicato il fondo da 300 milioni all’anno con cui finora hanno fatto quadrare i conti 1.800 Comuni, e che non venga cancellato il taglio da 560 milioni imposto nel 2014 e in “scadenza” a fine anno. Ieri i sindaci dell’Anci sono tornati a porre entrambe le questioni nell’incontro con il ministro dell’Economia Tria, nelle stesse ore in cui nelle stanze di Via XX Settembre si lavorava ai correttivi con cui far tornare indietro il deficit dal 2,4% indigesto a Bruxelles. In uno scenario del genere, Tria non ha potuto promettere nulla sui dossier presentati dai sindaci, che nel complesso valgono intorno al miliardo. «Non vediamo garanzie sulle risorse che ci spettano», ha commentato all’uscita dal Mef il presidente Anci Antonio Decaro.
L’incrocio fra il rischio di «gravi squilibri di bilancio» denunciato dai sindaci e lo sblocco della leva fiscale è politicamente delicato. E questo spiega anche la cautela finora mostrata dagli amministratori locali nel commentare le prospettive dell’Imu unificata. La proposta dei Comuni, nata con l’obiettivo dichiarato di «superare un sistema inutilmente articolato in più aliquote sulle stesse basi imponibili» nel nome della «razionalizzazione fiscale», fissava all’11 per mille il limite massimo sulla nuova aliquota, limitando così il costo della transizione. La comparsa dell’11,4 per mille nel testo della maggioranza è stata una sorpresa anche per loro.
All’atto pratico, la nuova aliquota aumenterebbe del 7,5% la tassa potenziale massima sulle prime case di lusso (ville e castelli), sulle seconde case e su negozi, capannoni e centri commerciali. Il 7,5% non è una cifra astronomica, ma interviene su un’imposta che rispetto ai tempi dell’Ici è più che raddoppiata, e ha avuto un ruolo non secondario nella crisi del mattone. Per gli immobili strumentali delle aziende c’è un altro effetto collaterale, perché la Tasi è integralmente deducibile dal reddito d’impresa o lavoro autonomo (Ires o Irpef) e dall’Irap. Per sterilizzare l’addio a questo sconto, i cui effetti variano da caso a caso, la nuova Imu punta a raddoppiare dal 20 al 40% la quota deducibile dal reddito. Ma è probabile che di tutti questi aspetti si tornerà a discutere, anche perché nel testo dell’emendamento mancano snodi importanti come l’indicazione del funzionario della riscossione (indispensabile per far funzionare la macchina), le regole per i soggetti falliti o la riserva comunale per le quote di evasione recuperate.
Per il resto, dal faccia a faccia con Tria i sindaci hanno ottenuto qualche apertura sulla possibilità di fermare l’aumento delle risorse da bloccare nel fondo crediti a tutela dei buchi della riscossione (ora al 75% dei mancati incassi degli ultimi cinque anni) e della quota distribuita in base ai fabbisogni standard. Due mosse chieste per evitare ulteriori contraccolpi sui conti.
gianni.trovati@ilsole24ore.com
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Gianni Trovati

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