Tornano i tagli lineari ai ministeri per far quadrare i conti
Nella trattativa tra Roma e Bruxelles sulla manovra 2019, per far quadrare i conti il governo italiano mette sul tavolo un mini taglio lineare alla spesa dei ministeri. Anche perché Bruxelles ha respinto la prima versione della Finanziaria italiana per il 2019, in quanto in netta violazione del Patto di Stabilità. Il governo Conte si è trovato d’accordo per ridurre l’obiettivo di deficit nominale dal 2,4 (numero, questo, concordato all’interno della maggioranza a fine settembre) al 2,04% del Pil. L’esecutivo comunitario insiste tuttavia perché ci sia una riduzione del disavanzo strutturale. Nel fine settimana, ossia prima del vertice di maggioranza di domenica sera, il divario da colmare era calcolato in circa 0,2% del Pil. Da ricordare, che nelle previsioni economiche d’autunno, pubblicate a inizio novembre della Commissione europea, il rapporto deficit-Pil dell’Italia era previsto schizzare fino al 2,9% (per poi superare il tetto del 3% nel 2020). La revisione del deficit da parte del governo italiano si accompagna a una correzione della crescita, che nel nuovo quadro dovrebbe attestarsi fra lo 0,9 e l’1%. La distanza dall’1,5% stimato a ottobre e ribadito a novembre è alta. Bruxelles a novembre aveva previsto un 1,2%.
È una partita ancora aperta quella tra Roma e la Commissione europea sulla manovra ed è troppo presto per dire come finirà mercoledì prossimo, quando l’esecutivo Ue si riunirà per l’ultima volta prima della pausa per le festività di fine anno. La manovra, in particolare la questione della procedura contro l’Italia per deficit eccessivo dovuto al debito, continua a non comparire, per ora, nella lista dei punti all’ordine del giorno.
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È una partita ancora aperta quella tra Roma e la Commissione europea sulla manovra ed è troppo presto per dire come finirà mercoledì prossimo, quando l’esecutivo Ue si riunirà per l’ultima volta prima della pausa per le festività di fine anno. La manovra, in particolare la questione della procedura contro l’Italia per deficit eccessivo dovuto al debito, continua a non comparire, per ora, nella lista dei punti all’ordine del giorno.
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Reddito di cittadinanza, dalla nuova versione risparmi per 2 miliardi
Dal “tiraggio” al 90% certificato dalla Ragioneria – ovvero dall’utilizzo effettivo del reddito di cittadinanza che interessa gran parte ma non tutta la platea potenziale di 5 milioni di persone – e dalla partenza differita al 1° aprile, il vicepremier Luigi Di Maio stima 2 miliardi di risparmi da destinare alla riduzione del deficit, sui 9 miliardi previsti originariamente dalla manovra. Per effetto di questi due fattori, nel 2019 invece degli 8 miliardi stimati al principio per reddito e pensione di cittadinanza serviranno poco più di 6 miliardi, mentre «fino a 1 miliardo» andrà ai centri per l’impiego. Di Maio punta ad un «sistema misto pubblico-privato» per i centri per l’impiego, dove «al centro ci sarà il navigator», il tutor che nei piani del governo si prenderà in carico il disoccupato per aiutarlo nella ricerca di un lavoro. Si prevede un sistema misto con il coinvolgimento delle Agenzie per il lavoro, mentre la Lega per voce del sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, vorrebbe includere anche le imprese, alle quali destinare il sussidio per l’attività di formazione. Il reddito di cittadinanza è un sussidio integrativo fino al raggiungimento della soglia di 780 euro per un single, se si possiede un’abitazione vengono scomputati circa 280 euro mensili. Per beneficiarne è fissato il limite Isee di 9.360 euro, un valore del patrimonio immobiliare oltre la prima casa massimo di 30mila euro e del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti) fino a 6mila euro (per il single, crescente in base ai componenti come per il Rei). L’importo medio mensile di reddito e pensione di cittadinanza, secondo le stime del consulente del ministro Di Maio, Pasquale Tridico (economia del lavoro all’Università Roma Tre) dovrebbe attestarsi a 500 euro per nucleo familiare, per un totale di 1,7 milioni di famiglie.
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G. Pog.
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G. Pog.
Quota 100 a 4,7 miliardi: tetti garantiti da finestre e divieto di cumulo
Due miliardi in meno di spesa il primo anno (4,7 miliardi invece dei 6,7 previsti nel primo testo del disegno di legge di Bilancio), per poi salire a 8 miliardi nel 2020 e 7 miliardi nel 2021. Si svilupperà entro questi tetti la nuova anzianità con “quota 100”, valida solo per il prossimo triennio. Per cogliere questa possibilità di uscita bisognerà avere almeno 62 anni di età e 38 di contributi, limiti che consentono un pensionamento fino a cinque anni prima rispetto ai requisiti di anticipo (42 anni e 10 mesi anche nel 2019) o di vecchiaia (67 anni). Il limite di spesa verrebbe garantito, secondo il governo, da una clausola di garanzia: si prevede che le finestre trimestrali di posticipo del pensionamento dei quotisti possano allungarsi di altri tre mesi in caso il numero di domande presentate all’Inps dovesse risultare maggiore del previsto. La regola della “finestra mobile” varrà sia per i dipendenti privati e gli autonomi, sia per i dipendenti pubblici, per i quali ultimi il posticipo sarà doppio, non inferiore ai sei mesi. La platea attesa, tenendo conto dell’effetto del disincentivo del divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro sopra i 5mila euro e fino a un massimo di 5 anni, dovrebbe essere di 315mila persone nel 2019, di cui circa 160mila del settore pubblico. Le ipotesi tecnico-politiche prevedono una percentuale di ritiri con “quota 100” non superiore all’85% degli aventi diritto. Ma molti osservatori tecnici temono invece che la durata triennale possa avere un effetto contrario, con un’adesione di massa. Intenzione del governo è far seguire a “quota 100” una misura che consenta il pensionamento anticipato per tutti con 41 anni di contributi. Ma questo ulteriore intervento, procrastinato nel tempo, non vedrà la luce nel decreto legge.
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D.Col.
M.Rog.
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D.Col.
M.Rog.
La vendita d’immobili verso quota 2-3 miliardi per il 2019
Nel pacchetto dei correttivi alla manovra entra anche la prima tappa del piano di dismissioni che secondo i piani del governo dovrebbe aiutare a spingere il debito più in basso rispetto al programma originario (l’obiettivo nella lettera che ha accompagnato il secondo Dbp era stato portato al 126% del Pil a fine triennio, contro il 126,7% della prima versione). Nella sua evoluzione, l’idea di mettere in campo privatizzazioni straordinarie si è attestata intorno ai 16 miliardi (0,9% del Pil) in un’ottica pluriennale. E in manovra entra il pacchetto dedicato alle alienazioni di immobili, che a differenza delle attività finanziarie hanno un impatto anche sul deficit e non solo sul debito.
La vendita del mattone di Stato dovrebbe puntare verso quota 2-3 miliardi per il 2019, e riservare effetti decrescenti nel tempo nei due anni successivi. Le norme che il governo propone per la legge di bilancio non offrono cifre, ma individuano la platea degli immobili da dismettere e i meccanismi per fissarne l’elenco (decreti ministeriali entro 60 giorno). Non solo: dal momento che un passaggio fondamentale di questa strategia investe gli enti territoriali, che per esempio hanno nelle mani la leva del cambio di destinazione d’uso indispensabile per rendere l’immobile appetibile sul mercato, si offre un super-incentivo, dal 5 al 15% del ricavato della vendita, alle amministrazioni locali che «contribuiscono» alla valorizzazione. Per blindare i risultati, poi, è in cantiere un piano di cessione di pacchetti di immobili a Invimit.
Accanto alla vendita del mattone, che ha avuto un ruolo decisivo nel limare il deficit dal 2,4% al 2% presentato a Bruxelles, viaggiano i progetti di cessioni di quote di società pubbliche, che però non hanno bisogno di norme ad hoc e vengono studiate come “garanzia ulteriore” per la discesa del debito.
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G.Tr.
La vendita del mattone di Stato dovrebbe puntare verso quota 2-3 miliardi per il 2019, e riservare effetti decrescenti nel tempo nei due anni successivi. Le norme che il governo propone per la legge di bilancio non offrono cifre, ma individuano la platea degli immobili da dismettere e i meccanismi per fissarne l’elenco (decreti ministeriali entro 60 giorno). Non solo: dal momento che un passaggio fondamentale di questa strategia investe gli enti territoriali, che per esempio hanno nelle mani la leva del cambio di destinazione d’uso indispensabile per rendere l’immobile appetibile sul mercato, si offre un super-incentivo, dal 5 al 15% del ricavato della vendita, alle amministrazioni locali che «contribuiscono» alla valorizzazione. Per blindare i risultati, poi, è in cantiere un piano di cessione di pacchetti di immobili a Invimit.
Accanto alla vendita del mattone, che ha avuto un ruolo decisivo nel limare il deficit dal 2,4% al 2% presentato a Bruxelles, viaggiano i progetti di cessioni di quote di società pubbliche, che però non hanno bisogno di norme ad hoc e vengono studiate come “garanzia ulteriore” per la discesa del debito.
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G.Tr.
Con le nuove tariffe Inail il tasso medio per le imprese giù del 32,7%
L’intervento più significativo dell’anno a riduzione del cuneo fiscale e contributivo della prima legge di Bilancio di legislatura resta targato Inail. Mentre esce di scena (perché giudicato inammissibile per mancanza di coperture) l’aumento della deducibilità Imu al 50% sui capannoni.
La revisione delle tariffe da versare per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per il triennio 2019-2021 è basata sugli andamenti infortunistici 2013-2015 (con un aggiornamento di vent’anni, dunque, rispetto alle precedenti) e prevede un abbattimento dei tassi medi per le imprese del 32,72%. La riduzione parte da 410 milioni nel 2019 per poi salire a 525 nel 2020 e 600 milioni a decorrere dal 2021. Considerando il taglio varato in via provvisoria dal 2014 e sempre prorogato di anno in anno, pari a 1,2 miliardi, a regime il minor peso delle tariffe per l’assicurazione obbligatoria diventa ora di 1,7 miliardi. A parziale compensazione il Mef prevede un maggior gettito Ires, derivante dalla minore deducibilità degli oneri contributivi Inail, che genera per le casse dell’Erario maggiori incassi Ires pari a 173 milioni per il 2020 e 147 per il 2021. Sempre per il 2021 sono previsti a copertura altri 176 milioni realizzati modificando le percentuali di anticipo della cedolare secca sugli affitti e dell’imposta di bollo virtuale valida per le banche e le assicurazioni: si eleva dal 95% al 100% sia l’acconto della cedolare si quello sul bollo virtuale.
Per le 3,2 milioni di imprese tenute a pagare le tariffe (occupano 23 milioni di lavoratori) il termine di versamento è differito, in prima applicazione, al 16 maggio, con possibile unificazione delle rate, per chi vorrà. Come avvenuto con il primo ciclo di revisione, Inail monitorerà la sostenibilità bilancisitica delle nuove tariffe anche nel prossimo triennio. Il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo, Luigi Di Maio, ha confermato ieri il taglio dei premi Inail come un «successo: significa che abbassiamo il costo del lavoro per le imprese».
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D.Col.
La revisione delle tariffe da versare per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per il triennio 2019-2021 è basata sugli andamenti infortunistici 2013-2015 (con un aggiornamento di vent’anni, dunque, rispetto alle precedenti) e prevede un abbattimento dei tassi medi per le imprese del 32,72%. La riduzione parte da 410 milioni nel 2019 per poi salire a 525 nel 2020 e 600 milioni a decorrere dal 2021. Considerando il taglio varato in via provvisoria dal 2014 e sempre prorogato di anno in anno, pari a 1,2 miliardi, a regime il minor peso delle tariffe per l’assicurazione obbligatoria diventa ora di 1,7 miliardi. A parziale compensazione il Mef prevede un maggior gettito Ires, derivante dalla minore deducibilità degli oneri contributivi Inail, che genera per le casse dell’Erario maggiori incassi Ires pari a 173 milioni per il 2020 e 147 per il 2021. Sempre per il 2021 sono previsti a copertura altri 176 milioni realizzati modificando le percentuali di anticipo della cedolare secca sugli affitti e dell’imposta di bollo virtuale valida per le banche e le assicurazioni: si eleva dal 95% al 100% sia l’acconto della cedolare si quello sul bollo virtuale.
Per le 3,2 milioni di imprese tenute a pagare le tariffe (occupano 23 milioni di lavoratori) il termine di versamento è differito, in prima applicazione, al 16 maggio, con possibile unificazione delle rate, per chi vorrà. Come avvenuto con il primo ciclo di revisione, Inail monitorerà la sostenibilità bilancisitica delle nuove tariffe anche nel prossimo triennio. Il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo, Luigi Di Maio, ha confermato ieri il taglio dei premi Inail come un «successo: significa che abbassiamo il costo del lavoro per le imprese».
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D.Col.
Bonus cultura, acquistabili anche gli audiovisivi
Tornano i prodotti editoriali audiovisivi nel bonus cultura. Il bonus introdotto nella precedente legislatura era stato inizialmente confermato dalla manovra ma “limitato” all’acquisto di libri. Adesso un emendamento su cui c’è già il via libera del ministero dell’Economia e che il governo si appresta a depositare in commissione Bilancio o a sua firma o come testo riformulato dai relatori reintroduce tra le categorie di beni acquistabili anche i «prodotti editoriali audiovisivi (Dvd, Blu-ray e offerta digitale legale online». Questo, spiega l’emendamento, «in considerazione del fatto che film, documentari e serie televisive distribuite con tali strumenti sono una componente rilevante del consumo culturale dei ragazzi». Contro l’esclusione dei prodotti audiovisivi dal bonus si era scagliata Confindustria Cultura. «Da notizie stampa si apprende con preoccupazione che nell’ultimo vertice di Palazzo Chigi il Governo avrebbe deciso di ridurre l’operatività del bonus per i 18enni, escludendolo per il cinema e la musica e riducendolo per i libri. Se confermata, sarebbe una decisione che va nel senso opposto a quanto auspicato anche dallo stesso Governo solo pochi giorni fa». A stretto giro è però arrivata la marcia indietro dell’esecutivo.
Rassicurazioni anche dal sottosegretario ai Beni culturali Gianluca Vacca: «Il bonus cultura potrà essere speso anche per teatri, cinema, concerti. Nessuna limitazione dunque per i ragazzi rispetto al passato e rispetto a quanto abbiamo sempre detto. Si è diffuso – ed è stato anche impropriamente alimentato – un allarmismo ingiustificato a questo proposito. Per il governo la cultura è un asset strategico e cinema,teatri, concerti sono eventi culturali cui vogliamo assolutamente avvicinare i nostri giovani. Così stanno le cose, il resto sono chiacchiere e polemiche inutili».
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Rassicurazioni anche dal sottosegretario ai Beni culturali Gianluca Vacca: «Il bonus cultura potrà essere speso anche per teatri, cinema, concerti. Nessuna limitazione dunque per i ragazzi rispetto al passato e rispetto a quanto abbiamo sempre detto. Si è diffuso – ed è stato anche impropriamente alimentato – un allarmismo ingiustificato a questo proposito. Per il governo la cultura è un asset strategico e cinema,teatri, concerti sono eventi culturali cui vogliamo assolutamente avvicinare i nostri giovani. Così stanno le cose, il resto sono chiacchiere e polemiche inutili».
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Sblocca-debiti nella Pa e tagli obbligatori per chi paga in ritardo
Insieme allo sblocca-debiti degli enti territoriali arrivano le sanzioni per i pagatori ritardatari, con due obiettivi: tentare una soluzione strutturale al problema ed evitare la condanna della Corte Ue a cui l’Italia è stata deferita un anno fa dalla Commissione. Una penalità su misura è riservata ai direttori generali e amministrativi nella sanità. Almeno il 30% della loro indennità di risultato dipenderà dai tempi di pagamento dei fornitori: la quota sarà azzerata per chi non riduce i debiti del 10% o registra ritardi superiori ai 60 giorni, e tagliata proporzionalmente quando il ritardo è meno grave.
Nella versione scritta nell’emendamento governativo, la nuova edizione dello sblocca-debiti conferma le dimensioni anticipate dal Sole 24 Ore: fino a 15 miliardi per i Comuni (3/12 delle entrate dei primi tre titoli), fino a 1,9 per le Province (sempre 3/12) e fino a 7 miliardi per le Regioni (5% delle entrate tributarie). Le anticipazioni potranno essere richieste alla Cdp, alle banche e agli altri intermediari finanziari. Le somme effettive messe in circolo dipenderanno da quanti enti chiederanno l’anticipo entro il 28 febbraio, tenendo conto che le fatture andranno onorate entro 15 giorni dall’arrivo dei fondi (30 giorni in sanità) e il prestito andrà restituito entro il 15 dicembre. Per gli enti locali, qui può arrivare un primo problema perché il meccanismo sblocca-debiti sembra escludere l’aumento da 3 a 5/12 delle anticipazioni ordinarie, svincolate dai debiti, che finora era stato concesso ai sindaci. Per spingere le richieste interviene però anche il capitolo delle sanzioni che dal 2020 colpiranno i ritardatari. Si tratta dell’obbligo di tagliare (dall’1 al 5% negli enti in contabilità finanziaria, dall’1 al 3% in contabilità economica) le spese per gli acquisti. I tagli saranno doppi negli enti che non hanno richiesto le anticipazioni, o non hanno pagato i debiti dopo averle ottenute. Anche qui, la penalità più grave è riservata a chi registra ritardi oltre i 60 giorni o non diminuisce del 10% i debiti residui: una clausola, quest’ultima, che si applica a prescindere dallo stock effettivo del debito residuo, rischiando di colpire chi per varie ragioni ha ridotto ”troppo poco” una mole di debiti già bassa.
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Gianni Trovati
Nella versione scritta nell’emendamento governativo, la nuova edizione dello sblocca-debiti conferma le dimensioni anticipate dal Sole 24 Ore: fino a 15 miliardi per i Comuni (3/12 delle entrate dei primi tre titoli), fino a 1,9 per le Province (sempre 3/12) e fino a 7 miliardi per le Regioni (5% delle entrate tributarie). Le anticipazioni potranno essere richieste alla Cdp, alle banche e agli altri intermediari finanziari. Le somme effettive messe in circolo dipenderanno da quanti enti chiederanno l’anticipo entro il 28 febbraio, tenendo conto che le fatture andranno onorate entro 15 giorni dall’arrivo dei fondi (30 giorni in sanità) e il prestito andrà restituito entro il 15 dicembre. Per gli enti locali, qui può arrivare un primo problema perché il meccanismo sblocca-debiti sembra escludere l’aumento da 3 a 5/12 delle anticipazioni ordinarie, svincolate dai debiti, che finora era stato concesso ai sindaci. Per spingere le richieste interviene però anche il capitolo delle sanzioni che dal 2020 colpiranno i ritardatari. Si tratta dell’obbligo di tagliare (dall’1 al 5% negli enti in contabilità finanziaria, dall’1 al 3% in contabilità economica) le spese per gli acquisti. I tagli saranno doppi negli enti che non hanno richiesto le anticipazioni, o non hanno pagato i debiti dopo averle ottenute. Anche qui, la penalità più grave è riservata a chi registra ritardi oltre i 60 giorni o non diminuisce del 10% i debiti residui: una clausola, quest’ultima, che si applica a prescindere dallo stock effettivo del debito residuo, rischiando di colpire chi per varie ragioni ha ridotto ”troppo poco” una mole di debiti già bassa.
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Gianni Trovati
Il ritorno della web tax mette nel mirino almeno 500 milioni
L’ipotesi di una Digital service tax su modello europeo è tornata di moda a via Venti Settembre. L’ipotesi di una nuova Web tax ad ampio raggio per garantire nuove risorse da destinare ai nuovi saldi della manovra da presentare a Bruxelles è stata ampiamente valutata. Va detto subito che non piace troppo al M5S e e non convince allo stesso tempo la Lega, ormai sempre più arroccata sulla linea della “No Tax”. Fatto sta che all’Economia si guarda con interesse ai cugini d’Oltralpe che hanno introdotto dal gennaio 2019 la loro web tax con l’obiettivo di garantire allo Stato almeno 500 milioni di euro all’anno. Soggetti al prelievo digitale saranno i ricavi generati dalla pubblicità, dalle piattaforme e dalla vendita di dati personali.
La versione italiana della Digital service tax fino ad oggi ha prodotto 190 milioni solo sulla carta. Introdotta con la manovra dello scorso anno, prevedeva un prelievo del 3% solo sui servizi B2B che ad oggi non è però mai diventato operativo, restando in attesa del decreto attuativo da emanare entro il 30 aprile scorso. Per arrivare al nuovo target di 500 milioni di euro il prelievo del 3% o del 6%, come inizialmente ipotizzato alla Camera dal leghista Giulio Centemero, dovrebbe colpire tutte le prestazioni di servizi effettuati con mezzi elettronici, rese nei confronti di soggetti residenti nel territorio dello Stato nonché di stabili organizzazioni di soggetti non residenti. Detta così sarebbero coinvolti anche i servizi B2C, ossia le prestazioni rese ad esempio da piattaforme tipo Netflix, Spotify e Amazon Prime che vendono contenuti streaming direttamente ai consumatori. Non solo. Il rischio di una tassazione del marketplace finirebbe, invece, per penalizzare il made in italy e le Pmi italiane che vendono all’estero utilizzando le grandi piattaforme digitali come Amazon o Alibaba. Anche in questo caso, comunque, la nuova web tax italiana per diventare operativa dovrà attendere un nuovo decreto ministeriale da emanare a inizio 2019.
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M.Mo.
La versione italiana della Digital service tax fino ad oggi ha prodotto 190 milioni solo sulla carta. Introdotta con la manovra dello scorso anno, prevedeva un prelievo del 3% solo sui servizi B2B che ad oggi non è però mai diventato operativo, restando in attesa del decreto attuativo da emanare entro il 30 aprile scorso. Per arrivare al nuovo target di 500 milioni di euro il prelievo del 3% o del 6%, come inizialmente ipotizzato alla Camera dal leghista Giulio Centemero, dovrebbe colpire tutte le prestazioni di servizi effettuati con mezzi elettronici, rese nei confronti di soggetti residenti nel territorio dello Stato nonché di stabili organizzazioni di soggetti non residenti. Detta così sarebbero coinvolti anche i servizi B2C, ossia le prestazioni rese ad esempio da piattaforme tipo Netflix, Spotify e Amazon Prime che vendono contenuti streaming direttamente ai consumatori. Non solo. Il rischio di una tassazione del marketplace finirebbe, invece, per penalizzare il made in italy e le Pmi italiane che vendono all’estero utilizzando le grandi piattaforme digitali come Amazon o Alibaba. Anche in questo caso, comunque, la nuova web tax italiana per diventare operativa dovrà attendere un nuovo decreto ministeriale da emanare a inizio 2019.
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