La cedolare light sugli affitti spinge i canoni concordati
La cedolare secca al 10% spinge gli affitti a canone concordato, mentre continuano i rinnovi delle intese locali tra sigle della proprietà e sindacati degli inquilini.

Nelle dichiarazioni dei redditi presentate l’anno scorso, tre contribuenti su dieci – tra quelli che hanno scelto la tassa piatta sulle locazioni abitative – l’hanno applicata su canoni concordati. La media nazionale è il 29,7%, cui corrispondono 702mila locatori, contro il 12,9% del 2011, primo anno di cedolare.

Nuovi accordi in 70 capoluoghi

Proseguono sul territorio i rinnovi per allineare gli accordi locali al decreto ministeriale del 2017 (il Dm 16 gennaio). Non c’è un monitoraggio ufficiale, ma su 107 capoluoghi di provincia, sono almeno 70 quelli che possono vantare la firma di un nuovo accordo. Nella lista ci sono tutti i centri maggiori: da Roma a Milano, da Torino a Bologna, da Napoli a Genova, da Firenze a Venezia.

I rinnovi sono importanti non solo per l’adeguamento normativo, a partire dall’obbligo per le parti di farsi “attestare” (cioè validare) i contratti stipulati senza l’assistenza delle associazioni di categoria. Ma soprattutto perché – se ben concepiti – i nuovi accordi dovrebbero favorire la diffusione dei contratti agevolati, prevedendo livelli di canone minimo e massimo non troppo penalizzanti per i locatori e aggiornati alle reali condizioni di mercato.

Il trend crescente dei contratti a canone calmierato è confermato dal Rapporto immobiliare annuale dell’Omi delle Entrate. La serie storica è limitata all’ultimo triennio, ma è comunque indicativa, perché si è passati dai 165mila nuovi contratti agevolati registrati nel 2015 ai 203mila del 2017.

Probabilmente il ritmo di crescita sarebbe stato anche più elevato senza l’incognita sulla continuità dell’aliquota al 10%, introdotta inizialmente per il quadriennio 2014-17 e poi prorogata di due anni, fino al prossimo 31 dicembre (a regime l’aliquota è del 15%). La stabilizzazione del prelievo al 10% è da anni una battaglia della proprietà edilizia, ma se ne parlerà probabilmente con la manovra per il 2020. Con buona pace di chi invoca maggiori certezze per i locatori chiamati a pianificare le proprie scelte.

Il record di Emilia Romagna e Lazio

L’incidenza dei contribuenti che scelgono il canone concordato non è uniforme sul territorio. In Emilia Romagna e Liguria la percentuale supera il 45% e si avvicina al 50% in Abruzzo e in Umbria. Al polo opposto di questa graduatoria troviamo la Campania e il Molise, con meno del 20%, mentre non si arriva al 10% in Lombardia. Il maggior numero di locatori si registra in Emilia Romagna e nel Lazio (entrambe oltre quota 100mila), seguite da Toscana, Veneto e Piemonte (intorno ai 50-60mila).

Il motivo di questa diversa attrazione non è facile da individuare. Possono pesare fattori territoriali, ad esempio a Bologna e Roma il canone concordato è storicamente molto usato, mentre a Milano – fino all’ultimo rinnovo – non è mai decollato. Ma possono giocare un ruolo anche i redditi dichiarati, perché dove molti contribuenti si collocano nel primo scaglione Irpef si allarga leggermente la pattuglia di coloro che potrebbero non avere convenienza a scegliere la cedolare (regime che resta comunque vantaggioso per la stragrande maggioranza dei locatori).

I dati sulle dichiarazioni dei redditi riservano anche qualche sorpresa. In Molise, ad esempio, il canone concordato è maggiore di quello libero e in Campania è più basso di soli 130 euro l’anno. Ma il dato non deve ingannare e può essere spiegato se i canoni liberi in provincia sono molto più bassi dei canoni concordati nei grandi centri (dove si fa il grosso di questi contratti).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pagina a cura di

Cristiano Dell’Oste

Raffaele Lungarella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Mostra i commenti sul post