Capannoni, caccia a mezzo miliardo per raddoppiare la deducibilità Imu
Legge di bilancio. Tra gli emendamenti «segnalati» anche quello voluto da Salvini per portare il bonus al 40% Sconto ai fini Ires, ma resta esclusa l’Irap – La modifica in linea con i dubbi di costituzionalità sollevati sul 20%
ROMA
Raddoppiare o triplicare la deducibilità dell’Imu sui capannoni delle imprese. A ribadire l’obiettivo è stato ieri il leader della Lega Matteo Salvini intervenendo alla giornata della legalità promossa da Confcommercio. «Vogliamo andare a incidere sull’Imu: la detraibilità sui capannoni per chi fa impresa è ferma al 20% e va raddoppiata, se non triplicata», ha detto il vicepresidente del Consiglio, aggiungendo che si stanno cercando le risorse necessarie per portare l’aumento dello sconto fiscale nella legge di bilancio, ora in discussione alla Camera.
Ma il lavoro sul tema è già oltre la fase delle dichiarazioni. La norma è pronta, compare tra i 700 emendamenti «segnalati» dai gruppi, e porta la firma di Alberto Gusmeroli della Lega (vicepresidente della commissione Finanze alla Camera). Prevede in poche righe che l’imposta sugli immobili strumentali è deducibile ai fini del reddito di impresa e ai fini dell’esercizio di arti e professioni «nella misura del 40 per cento».
Quanto costa? Un riferimento utile per capirlo arriva dal passato recente nella travagliata storia degli sconti Imu per le imprese. La Finanziaria per il 2014 aveva alzato dal 20 al 30% la deducibilità, per un solo anno. E per la bisogna aveva messo in campo 240 milioni. Al netto degli aggiornamenti necessari per l’evoluzione nella geografia delle imprese, quindi, il raddoppio dovrebbe valere intorno ai 450-500 milioni all’anno.
Se da una parte aumenta lo sconto, però, lo stesso emendamento ribadisce la non deducibilità dell’imposta sugli immobili strumentali ai fini dell’Irap.
Un peccato originale, quello dello sconto negato ai fini dell’imposta regionale, che è figlio di una storia complicata e sviluppata in un equilibrio difficile fra i tentativi di limare la patrimoniale sui capannoni e le ristrettezze perenni del bilancio pubblico.
La deducibilità dalle imposte dirette e dall’Irap dell’imposta sugli immobili strumentali all’attività di impresa è uno dei tanti nodi del sistema tributario rimasti ancora da sciogliere. Tra una promessa e l’altra di aumento della quota deducibile, il quadro si è poi ulteriormente complicato per le imprese da quando all’Imu si è aggiunto il tributo sui servizi indivisibili (Tasi). Con il sistema a doppia imposta, infatti, chi svolge attività di impresa può dedurre l’Imu sui capannoni solo dall’Ires, mentre la Tasi può essere portata in deduzione sia fini dell’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap) sia ai fini dell’Ires.
Le imprese dal canto loro da sempre chiedono la deducibilità integrale delle imposte comunali versate per gli immobili strumentali. Anche in questo modo verrebbero superati i dubbi di costituzionalità che accompagnano la limitazione al 20% della deducibilità sui capannoni. Il “capannone”, come hanno riconosciuto tutti i governi, non è una villetta: in altre parole è un bene strumentale all’attività e quindi non andrebbe trattato dal fisco come un patrimonio. Il reddito dell’immobile strumentale all’attività concorre poi alla formazione del reddito d’impresa, e come tale è assoggettato a Ires. Limitando o negando la deducibilità dell’Imu il capannone è quindi soggetto a una doppia tassazione. Proprio ciò che la Costituzione non permetterebbe.
Alle piccole imprese, oltre che ai commercianti, guarda poi un altro emendamento del vicepresidente della commissione, che punta a confermare per i prossimi tre anni le deroghe ai calcoli del «metodo normalizzato» nella Tari. La caduta delle deroghe cambierebbe i parametri che misurano il conto della tariffa, con il rischio di super-aumenti per le categorie che producono più rifiuti come ristoranti, bar o fiorai.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Marco Mobili
Gianni Trovati
Raddoppiare o triplicare la deducibilità dell’Imu sui capannoni delle imprese. A ribadire l’obiettivo è stato ieri il leader della Lega Matteo Salvini intervenendo alla giornata della legalità promossa da Confcommercio. «Vogliamo andare a incidere sull’Imu: la detraibilità sui capannoni per chi fa impresa è ferma al 20% e va raddoppiata, se non triplicata», ha detto il vicepresidente del Consiglio, aggiungendo che si stanno cercando le risorse necessarie per portare l’aumento dello sconto fiscale nella legge di bilancio, ora in discussione alla Camera.
Ma il lavoro sul tema è già oltre la fase delle dichiarazioni. La norma è pronta, compare tra i 700 emendamenti «segnalati» dai gruppi, e porta la firma di Alberto Gusmeroli della Lega (vicepresidente della commissione Finanze alla Camera). Prevede in poche righe che l’imposta sugli immobili strumentali è deducibile ai fini del reddito di impresa e ai fini dell’esercizio di arti e professioni «nella misura del 40 per cento».
Quanto costa? Un riferimento utile per capirlo arriva dal passato recente nella travagliata storia degli sconti Imu per le imprese. La Finanziaria per il 2014 aveva alzato dal 20 al 30% la deducibilità, per un solo anno. E per la bisogna aveva messo in campo 240 milioni. Al netto degli aggiornamenti necessari per l’evoluzione nella geografia delle imprese, quindi, il raddoppio dovrebbe valere intorno ai 450-500 milioni all’anno.
Se da una parte aumenta lo sconto, però, lo stesso emendamento ribadisce la non deducibilità dell’imposta sugli immobili strumentali ai fini dell’Irap.
Un peccato originale, quello dello sconto negato ai fini dell’imposta regionale, che è figlio di una storia complicata e sviluppata in un equilibrio difficile fra i tentativi di limare la patrimoniale sui capannoni e le ristrettezze perenni del bilancio pubblico.
La deducibilità dalle imposte dirette e dall’Irap dell’imposta sugli immobili strumentali all’attività di impresa è uno dei tanti nodi del sistema tributario rimasti ancora da sciogliere. Tra una promessa e l’altra di aumento della quota deducibile, il quadro si è poi ulteriormente complicato per le imprese da quando all’Imu si è aggiunto il tributo sui servizi indivisibili (Tasi). Con il sistema a doppia imposta, infatti, chi svolge attività di impresa può dedurre l’Imu sui capannoni solo dall’Ires, mentre la Tasi può essere portata in deduzione sia fini dell’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap) sia ai fini dell’Ires.
Le imprese dal canto loro da sempre chiedono la deducibilità integrale delle imposte comunali versate per gli immobili strumentali. Anche in questo modo verrebbero superati i dubbi di costituzionalità che accompagnano la limitazione al 20% della deducibilità sui capannoni. Il “capannone”, come hanno riconosciuto tutti i governi, non è una villetta: in altre parole è un bene strumentale all’attività e quindi non andrebbe trattato dal fisco come un patrimonio. Il reddito dell’immobile strumentale all’attività concorre poi alla formazione del reddito d’impresa, e come tale è assoggettato a Ires. Limitando o negando la deducibilità dell’Imu il capannone è quindi soggetto a una doppia tassazione. Proprio ciò che la Costituzione non permetterebbe.
Alle piccole imprese, oltre che ai commercianti, guarda poi un altro emendamento del vicepresidente della commissione, che punta a confermare per i prossimi tre anni le deroghe ai calcoli del «metodo normalizzato» nella Tari. La caduta delle deroghe cambierebbe i parametri che misurano il conto della tariffa, con il rischio di super-aumenti per le categorie che producono più rifiuti come ristoranti, bar o fiorai.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Marco Mobili
Gianni Trovati

