Clausole Iva, il super aumento

di Cristina Bartelli

L’aliquota Iva agevolata, quella che si applica in larga parte ai generi alimentari, dal 2020 farà un balzo di tre punti percentuali passando dal 10% al 13%. Un salto ancora più incredibile lo farà l’aliquota ordinaria, che incide su tutta la scala dei consumi: nel 2020 passerà dal 22% al 25,2% mentre l’anno dopo toccherà addirittura il 26,5 %. Sono gli effetti degli emendamenti del governo al ddl bilancio 2019 presentati in commissione bilancio al senato. Misure che sterilizzano le clausole Iva ma solo nel 2019. Dopo, le aliquote torneranno a crescere. Eppure le montagne russe dell’imposta sul valore aggiunto non sono un’invenzione del governo gialloverde. E’ dal 2011 che il fardello delle clausole Iva è diventato una costante delle manovre di bilancio, tanto che ieri commentando le correzioni inserite in manovra, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto che esse “ripetono lo stesso utilizzo fatto negli ultimi dieci anni da tutti i governi precedenti, salvo poi essere smontate. Sono semplicemente, con tutto il rispetto, un artificio contabile che rispetta le regole europee”. Giorgetti dunque neanche tanto implicitamente riconosce che il problema del dissinesco delle clausole sarà affidato agli esecutivi che verranno, come si fa dal 2011. La differenza rispetto agli altri anni è che prima, nell’inserimento della clausola di salvaguardia, si indicava anche come questa sarebbe stata disinnescata. La manovra 2018 firmata dal ministro all’economia Pier Carlo Padoan prevedeva un tiramolla sugli aumenti. L’aliquota del 10% sarebbe stata innalzata al 13% nel 2020 e per l’Iva al 22% si sarebbe arrivati a toccare un 25% nel 2021. Per effetto delle modifiche del governo Conte, la manovra sull’Iva – se non disinnescata – porterà in cassa nel 2020 9,4 mld di euro e nel biennio 2021-2022, 13,1 mld di euro ogni anno. Per calcolare il costo dei rialzi, si legge nella relazione tecnica, «gli incrementi delle aliquote Iva sono parametrati non ai valori storici utilizzati alla base dei calcoli nelle diverse clausole succedutesi nel tempo” ma “calcolati sulla base degli ultimi dati del gettito Iva disponibili”. Sempre la relazione tecnica attribuisce a ogni punto percentuale dell’aliquota Iva ridotta del 10% un valore di circa 2,9 mld di euro e per l’aliquota ordinaria del 22% un valore di circa 4,37 mld di euro.

La storia delle clausole di salvaguardia è stata ripercorsa il professor Giulio Tremonti, intervenendo a un convegno di ItaliaOggi nel novembre 2017. In quell’occasione l’ex ministro dell’economia ricordò che «nel 2011 una certa manovra era attenzionata con particolare criminale (politicamente parlando) interesse della Bce e dissero se non funziona devi introdurre una clausola di salvaguardia. Fu introdotta», ricorda Tremonti, «prevedendo che se non avesse funzionato si sarebbero ridotte alcune voci. Poi è intervenuto un certo dottor Mario Monti con le sue cure salvifiche e ha introdotto la clausola Iva che c’è da allora e che continua in crescendo, contenendo un tranello fiscale: aumento di un punto l’Iva e copro l’aumento in modo provvisorio. L’aumento è arrivato fino al 25% salvo che si trovino mezzi a copertura per decine di miliardi. È più probabile che aumenti l’Iva che si trovino una tantum o una pocum a copertura». Una profezia il cui avveramento sembra inesorabilmente avvicinarsi.

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