Il Governo: «Pagelle fiscali non più attuali e da superare»
Maggiore: nella selezione per le verifiche partiremo dalle incoerenze più gravi
Garavaglia: necessari subito semplificazioni e chiarimenti, poi modifiche
Prime aperture dell’esecutivo agli Isa. Con l’ipotesi anche di renderli facoltativi. Uno strumento nato in un sistema che non esiste più e che, alla luce di novità come la fatturazione elettronica, andrebbe ripensato o, addirittura, cancellato. Per questo, nelle prossime settimane si agirà per chiarire dubbi e semplificare. È quanto ha spiegato ieri il viceministro dell’Economia, Massimo Garavaglia, nel corso di un convegno sulla compliance fiscale, organizzato presso la sede del Gruppo 24 Ore.

Il tema è stato introdotto dal presidente dell’Ordine dei commercialisti di Milano, Marcella Caradonna, che ha chiesto «un rinvio degli Isa all’anno prossimo, perché il 30 settembre non è sufficiente, non risolve niente».

Garavaglia ha risposto spiegando che «gli Isa appartengono a un mondo che non c’è più», perché «con la fatturazione elettronica il tema dell’evasione viene risolto». Si potrebbe «anche abolirli», se non fossero abbinati a un’entrata di bilancio e, quindi, per farlo servirebbero coperture. La via di uscita, quindi, non passerà dalla cancellazione.

Per adesso «abbiamo buttato la palla in tribuna fino a settembre», poi «arriveremo a trovare una via d’uscita per questa cosa che ha poco senso». L’intenzione è «di trovare una risposta in tempi rapidi, con una circolare o un Odg in commissione al Senato». Al suo interno troveranno spazio chiarimenti di tutti i dubbi che stanno nascendo in questi giorni. Ma potrebbe arrivare anche un’applicazione facoltativa dello strumento per questi primi mesi. In attesa di modifiche profonde nella prossima legge di Bilancio.

Sulle pagelle fiscali, però, secondo il direttore dell’agenzia delle Entrate, Antonino Maggiore, «il concetto della sperimentalità non appare coerente con le dinamiche di funzionamento di uno strumento di compliance». Detto questo, l’agenzia adesso sta ragionando sulle possibili insufficienze in pagella e sui controlli.

«Nel caso in cui ci si trovi in una situazione di insufficienza, quell’elemento potrà essere utilizzato come un elemento di rischio». Nessun automatismo, ma stando nella parte bassa degli indicatori si correrà un pericolo più alto. Non tutte le situazioni sono uguali, «bisognerà verificare se le anomalie sono macroscopiche e se il punteggio è uno o due». Per il direttore delle Entrate, «è chiaro che se ci sono delle situazioni che fanno immediatamente percepire una grave incoerenza, queste situazioni devono essere prese in considerazione». Chi fa registrare anomalie pesanti, cioè, sarà oggetto di controlli con maggiore frequenza.

Sulla compliance, infine, Maggiore ha spiegato che si tratta di «un percorso ormai interiorizzato» dall’agenzia. Nel 2018, grazie a questa attività, sono stati ricavati circa 1,8 miliardi, con un aumento del 38% rispetto all’anno precedente. «Nei primi mesi del 2019 abbiamo già inviato circa 400mila lettere». E, nel corso dell’anno, sarà probabilmente superato il milione.

Proprio sulla compliance, il comandante generale della Guardia di Finanza, Giuseppe Zafarana, ha parlato del cambio di approccio nell’azione di controllo avvenuto nel corso degli ultimi anni: meno verifiche generalizzate e più selezione degli obiettivi. Promuovendo, ad esempio, strumenti come il contraddittorio o come le misure di autotutela.

«Può succedere che solo successivamente alla chiusura del processo verbale di constatazione il contribuente sia in grado di fornire elementi ulteriori che possano portare a una conclusione diversa». In questi casi, «noi operiamo con direttive che ci dicono due cose: se il Pvc non è ancora stato inoltrato, siamo disponibili, e lo abbiamo già fatto in molti casi, a riaprire il processo verbale. Nel caso in cui sia stato già inviato, ci limitiamo a mandare all’agenzia la documentazione».

Fabrizia Lapecorella, direttore generale del dipartimento finanze del Mef, ha infine fatto il punto sulla situazione in materia di web tax: «L’accordo europeo è fallito definitivamente a marzo. Quindi l’Italia è l’unico paese che ha una norma che prevede la tassazione dei servizi digitali, anche se non applicabile». La cosa più intelligente da fare, in questo contesto, è «di arrivare ad emanare le disposizioni di attuazione, coordinandole con quelle che dovranno essere emanate dai nostri partner europei che, comunque, in assenza di accordo stanno procedendo in maniera unilaterale». Come Francia, Spagna, Austria e Gran Bretagna.

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