Verso il governo. Sintonia sulle pensioni, verso un compromesso sul reddito di cittadinanza e linea comune su aiuti alle famiglie e investimenti
Lo scoglio flat tax ostacola l’intesa M5S-Lega
Nel Def possibile gioco di sponda: nelle risoluzioni dei due partiti ci saranno tutti i punti di convergenza
ROMA
È la flat tax, al momento, il principale ostacolo a una convergenza tra M5S e Lega sul programma economico. Su tutto il resto le posizioni si avvicinano, a partire dal reddito di cittadinanza. Con Luigi Di Maio che non lo ha citato tra le priorità dell’agenda di governo e Matteo Salvini che ha aperto esplicitamente («Se fosse uno strumento per reintrodurre nel mondo del lavoro chi oggi ne è uscito allora sì») e che ha già sul piatto la proposta leghista del «reddito di avviamento al lavoro».
I team economici sono al lavoro, anche se la cautela è d’obbligo. «Bisogna prima che si definisca la cornice politica», ripetono fonti di entrambe le forze. Ma le corrispondenze sono evidenti. E fanno il paio con le dichiarazioni dei leader. Grillo che elogia Salvini: «È uno che mantiene la parola». Salvini che non lascia presupporre bracci di ferro sulla premiership, il vero muro da superare: «A me interessa che l’Italia cambi, sono pronto a metterci la faccia in prima persona, ma siccome voglio il cambiamento non è o Salvini o morte».
Il primo banco di prova – tenendo fermo lo sguardo verso le consultazioni al Quirinale che partiranno la prossima settimana – sarà il Def in Parlamento ed è probabile che Lega e M5S giochino di sponda, incasellando i punti di convergenza (ai dieci annunciati ieri da Salvini seguirà a stretto giro l’elenco M5S) nelle rispettive risoluzioni e lanciando all’unisono segnali forti.
Il primo è la sintonia piena sul superamento della legge Fornero, su quota 100 e quota 41. Rafforzata, nella ricetta M5S, dalla staffetta generazionale. Un pacchetto dai costi controversi (si veda pag. 2).
Il secondo anello di collegamento è paradossalmente rappresentato proprio dal lavoro: qui il “cedimento” è reciproco. Da un lato il Movimento gioca sulla tempistica: prima incardinare la riforma dei centri per l’impiego, premessa da 2,1 miliardi al reddito di cittadinanza vero e proprio, che ne costerebbe 14,9 (le coperture potrebbero così essere “dirottate” per disinnescare gli aumenti Iva dal 2019). Dall’altro la Lega – che sulla revisione delle politiche attive non ha obiezioni – confeziona, come anticipato dal Sole 24 Ore del 21 marzo, una proposta «non assistenzialista» che sposa però la filosofia M5S (sostenere a tempo chi perde il lavoro): un prestito di 750 euro netti al mese, che il beneficiario deve restituire in vent’anni.
La promessa di aiutare i giovani va letta insieme ai piani sugli investimenti, verso una politica più espansiva. Aumentare il deficit, seppur entro il 3%, è stato il ritornello comune prima del voto. Con i riflettori di Bruxelles e dei mercati puntati, né Salvini né Di Maio tenteranno però fughe in avanti. I Cinque Stelle spingeranno per investimenti pubblici nei settori ad alto moltiplicatore occupazionale e per la creazione di una Banca pubblica per erogare credito a tassi agevolati a micro, piccole e medie imprese. La Lega, che propone un’analoga Banca nazionale di credito e risparmio, rimetterà sul tavolo il suo piano cantieri da 22 miliardi per i porti e l’alta portabilità ferroviaria per trasformare l’Italia in «hub del Mediterraneo».
Nessuna barriera tra i due poli sugli aiuti alle famiglie. Ma le assonanze si fermano davanti al nodo del fisco, tutto da sbrogliare. La flat tax del Carroccio al 15% (quella di Forza Italia è al 23%) da abbinare a una deduzione pro capite di 3mila euro – ricetta che ieri ha incassato il plauso del consigliere economico di Reagan Alvin Rabushka per la gioia del suo alfiere Armando Siri – poggia su basi del tutto diverse dalla riforma fiscale più selettiva disegnata dai Cinque Stelle: per le imprese riduzione Irap e addio alla quota Inail per tagliare il cuneo; per i cittadini revisione Irpef per sgravare il ceto medio. In comune c’è la volontà di semplificazione radicale del sistema. Ed è intorno a quella che si proverà a trovare una quadra. Coperture permettendo. Perché , in attesa dell’auspicata ripresa della crescita, che sia tanto robusta da ridurre il rapporto debito-Pil, nell’immediato bisognerà riuscire a liberare fondi con spending review e revisione delle tax expenditures, sventando il rischio della manovra correttiva e disinnescando le clausole di salvaguardia. Il primo bagno di realtà rispetto alle promesse elettorali.
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Manuela Perrone

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