Precedenti e vincoli di un decreto sull’Iva, resta il nodo-copertura
ROMA
Le coperture dei quasi 12,5 miliardi necessari per bloccare gli aumenti Iva nel 2019: è questo il vero nodo della partita che si sta già giocando sullo stop alle clausole fiscali all’interno del confronto più ampio sugli sbocchi della crisi politica. Con un governo M5S-Lega occorrerebbe trovare un compromesso sui tagli alla spesa (su cui puntano molto i Cinquestelle e pure il programma condiviso del Centrodestra anche se quello specifico del Carroccio fa di fatto riferimento solo agli “sprechi”) e il riordino delle tax expenditures (l’eliminazione di alcune detrazioni fiscali su cui convergono entrambi i partiti). Alla luce della portata dell’intervento, la spending review e la potatura degli sconti fiscali non potranno che essere “invasive” con scelte non tutte semplici da condividere. A meno di non azionare la leva del deficit e non rispettare i vincoli Ue. Se invece prenderà forma il governo pre-elettorale “neutrale e di servizio” annunciato dal Colle, potrebbe essere rilanciata l’ipotesi di un decreto legge per sterilizzare le clausole (cara ai Pentastellati). Una soluzione tecnicamente tutta in salita e non facilmente percorribile, anche se non mancano i precedenti di decreti estivi per stabilizzare i conti pubblici.
I quasi 12,5 miliardi da trovare sono “a valere” sul 2019 e non sull’esercizio in corso, pertanto la sede naturale per provvedere alla neutralizzazione degli aumenti Iva è la legge di bilancio autunnale. Anche perché solo a settembre, quando la Nota di aggiornamento al Def dovrà fissare i saldi su cui modellare il bilancio per il prossimo anno, sarà possibile sapere se il quadro di finanza pubblica sarà migliorato rispetto al “tendenziale” appena tracciato dal Def a legislazione vigente aprendo i margini per una “flessibilità” sostanziale (come già accaduto in occasione dell’ultima manovra) per ridurre il ricorso a tagli di spesa, o a nuove entrate (anche dalla lotta all’evasione) indispensabili per garantire la copertura per lo stop alle clausole senza incorrere nella bocciatura di Bruxelles. Il ricorso a un decreto legge estivo dovrebbe essere motivato, in linea con quanto prevede la Costituzione, da condizioni di necessità e urgenza, che, trattandosi di misure per il prossimo anno e avendo in agenda la manovra autunnale, non apparirebbero realistiche.
Diverso sarebbe il discorso nel caso di un decreto legge autunnale. Se a ottobre dovesse essere in carica un Governo non con i pieni poteri, ovvero non supportato da una maggioranza certa e solida per l’approvazione della legge di bilancio, la neutralizzazione delle clausole fiscali diventerebbe di fatto possibile soltanto con il varo di un provvedimento urgente (quindi un Dl), ovviamente corredato della necessaria copertura.
In ogni caso non mancano alcuni precedenti di decreto estivo e autunnale per operare una riflessione. Nel giugno del 2008, ad esempio, l’ultimo governo Berlusconi appena insediato a Palazzo Chigi subito dopo il decreto che cancellò l’Ici sulla prima casa varò, in appena 40 minuti, una manovra triennale targata Giulio Tremonti da quasi 35 miliardi (13,1 miliardi dei quali per il 2009) per la stabilizzazione dei conti pubblici e lo sviluppo facendo leva su due provvedimenti: un decreto legge e un disegno di legge collegato. C’è poi il caso della manovrina correttiva presentata lo scorso anno su richiesta della Ue dal Governo Gentiloni con un decreto legge il cui peso strutturale, oltre a operare la correzione per il 2017, permise all’esecutivo di destinare 3,8 miliardi dal 2018 allo sminamento della clausole di salvaguardia Iva, poi completato con la legge di bilancio autunnale e (in piccola parte) dal decreto fiscale collegato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Marco Rogari
Le coperture dei quasi 12,5 miliardi necessari per bloccare gli aumenti Iva nel 2019: è questo il vero nodo della partita che si sta già giocando sullo stop alle clausole fiscali all’interno del confronto più ampio sugli sbocchi della crisi politica. Con un governo M5S-Lega occorrerebbe trovare un compromesso sui tagli alla spesa (su cui puntano molto i Cinquestelle e pure il programma condiviso del Centrodestra anche se quello specifico del Carroccio fa di fatto riferimento solo agli “sprechi”) e il riordino delle tax expenditures (l’eliminazione di alcune detrazioni fiscali su cui convergono entrambi i partiti). Alla luce della portata dell’intervento, la spending review e la potatura degli sconti fiscali non potranno che essere “invasive” con scelte non tutte semplici da condividere. A meno di non azionare la leva del deficit e non rispettare i vincoli Ue. Se invece prenderà forma il governo pre-elettorale “neutrale e di servizio” annunciato dal Colle, potrebbe essere rilanciata l’ipotesi di un decreto legge per sterilizzare le clausole (cara ai Pentastellati). Una soluzione tecnicamente tutta in salita e non facilmente percorribile, anche se non mancano i precedenti di decreti estivi per stabilizzare i conti pubblici.
I quasi 12,5 miliardi da trovare sono “a valere” sul 2019 e non sull’esercizio in corso, pertanto la sede naturale per provvedere alla neutralizzazione degli aumenti Iva è la legge di bilancio autunnale. Anche perché solo a settembre, quando la Nota di aggiornamento al Def dovrà fissare i saldi su cui modellare il bilancio per il prossimo anno, sarà possibile sapere se il quadro di finanza pubblica sarà migliorato rispetto al “tendenziale” appena tracciato dal Def a legislazione vigente aprendo i margini per una “flessibilità” sostanziale (come già accaduto in occasione dell’ultima manovra) per ridurre il ricorso a tagli di spesa, o a nuove entrate (anche dalla lotta all’evasione) indispensabili per garantire la copertura per lo stop alle clausole senza incorrere nella bocciatura di Bruxelles. Il ricorso a un decreto legge estivo dovrebbe essere motivato, in linea con quanto prevede la Costituzione, da condizioni di necessità e urgenza, che, trattandosi di misure per il prossimo anno e avendo in agenda la manovra autunnale, non apparirebbero realistiche.
Diverso sarebbe il discorso nel caso di un decreto legge autunnale. Se a ottobre dovesse essere in carica un Governo non con i pieni poteri, ovvero non supportato da una maggioranza certa e solida per l’approvazione della legge di bilancio, la neutralizzazione delle clausole fiscali diventerebbe di fatto possibile soltanto con il varo di un provvedimento urgente (quindi un Dl), ovviamente corredato della necessaria copertura.
In ogni caso non mancano alcuni precedenti di decreto estivo e autunnale per operare una riflessione. Nel giugno del 2008, ad esempio, l’ultimo governo Berlusconi appena insediato a Palazzo Chigi subito dopo il decreto che cancellò l’Ici sulla prima casa varò, in appena 40 minuti, una manovra triennale targata Giulio Tremonti da quasi 35 miliardi (13,1 miliardi dei quali per il 2009) per la stabilizzazione dei conti pubblici e lo sviluppo facendo leva su due provvedimenti: un decreto legge e un disegno di legge collegato. C’è poi il caso della manovrina correttiva presentata lo scorso anno su richiesta della Ue dal Governo Gentiloni con un decreto legge il cui peso strutturale, oltre a operare la correzione per il 2017, permise all’esecutivo di destinare 3,8 miliardi dal 2018 allo sminamento della clausole di salvaguardia Iva, poi completato con la legge di bilancio autunnale e (in piccola parte) dal decreto fiscale collegato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Marco Rogari
STRADA IN SALITA I 12,4 miliardi da recuperare restano la difficoltà principale da risolvere anche nel caso si torni alla via ordinaria della legge di bilancio

