Tornati a crescere grazie a Industria 4.0, incertezza nel 2018
Incertezza nei primi tre mesi
La crisi ha mangiato negli anni più bui oltre 100 miliardi (il 30%) di investimenti, ma dal 2015 sono tornati a crescere (+2,1%) a un ritmo sostenuto registrando un +3,2% nel 2016 e un rotondo 3,8% nel 2017. Ma in linea con i segnali di rallentamento dell’economia nel primo trimestre di quest’anno si registra una prima inversione di tendenza: -1,4% rispetto agli ultimi tre mesi del 2017. Pesa l’incertezza.
Impegni vaghi su industria 4.0
Ad aiutare la ripresa degli investimento hanno contribuito – come ha appena ricordato Bankitalia – alcuni incentivi (da Industria 4.0 alla Sabatini bis) che quest’anno scadono (valgono 3 miliardi). Nel contratto di governo su questo tema c’è solo qualche riferimento vago. Si parla di favorire nuove competenze e si prevedono «misure di sostegno alle micro e piccole imprese nel rinnovamento dei loro processi produttivi»
La crisi ha mangiato negli anni più bui oltre 100 miliardi (il 30%) di investimenti, ma dal 2015 sono tornati a crescere (+2,1%) a un ritmo sostenuto registrando un +3,2% nel 2016 e un rotondo 3,8% nel 2017. Ma in linea con i segnali di rallentamento dell’economia nel primo trimestre di quest’anno si registra una prima inversione di tendenza: -1,4% rispetto agli ultimi tre mesi del 2017. Pesa l’incertezza.
Impegni vaghi su industria 4.0
Ad aiutare la ripresa degli investimento hanno contribuito – come ha appena ricordato Bankitalia – alcuni incentivi (da Industria 4.0 alla Sabatini bis) che quest’anno scadono (valgono 3 miliardi). Nel contratto di governo su questo tema c’è solo qualche riferimento vago. Si parla di favorire nuove competenze e si prevedono «misure di sostegno alle micro e piccole imprese nel rinnovamento dei loro processi produttivi»
La ripresa non ferma la gelata della spesa (-18,5% in cinque anni)
La lunga frenata
Negli anni della crisi la cura sulla finanza pubblica ha colpito soprattutto sul lato degli investimenti. Ma, e questo è l’aspetto più grave, l’avvio della ripresa non ha cambiato la rotta. Risultato: tra 2012 e 2017 gli investimenti della Pubblica amministrazione si sono ridotti del 18,5%, e la discesa è continuata anche nel 2017 (-5,6% rispetto all’anno prima) nonostante la flessibilità chiesta in Europa proprio per il rilancio degli investimenti.
Un miliardo alle regioni
Gli investimenti «ad alto moltiplicatore» sono uno dei temi ricorrenti al centro del «contratto di governo». Più che le risorse, però, a rallentare la ripresa degli investimenti interviene la lentezza delle procedure di appalto e il contenzioso. Tra i primi atti del governo dovrebbe esserci lo sblocco di un miliardo in due anni (già disponibile) per la spesa in conto capitale delle Regioni .
Negli anni della crisi la cura sulla finanza pubblica ha colpito soprattutto sul lato degli investimenti. Ma, e questo è l’aspetto più grave, l’avvio della ripresa non ha cambiato la rotta. Risultato: tra 2012 e 2017 gli investimenti della Pubblica amministrazione si sono ridotti del 18,5%, e la discesa è continuata anche nel 2017 (-5,6% rispetto all’anno prima) nonostante la flessibilità chiesta in Europa proprio per il rilancio degli investimenti.
Un miliardo alle regioni
Gli investimenti «ad alto moltiplicatore» sono uno dei temi ricorrenti al centro del «contratto di governo». Più che le risorse, però, a rallentare la ripresa degli investimenti interviene la lentezza delle procedure di appalto e il contenzioso. Tra i primi atti del governo dovrebbe esserci lo sblocco di un miliardo in due anni (già disponibile) per la spesa in conto capitale delle Regioni .
Gli italiani con un lavoro sono 23 milioni, resta l’emergenza giovani
Più occupati, male i giovani
Ad aprile, ultimo dato Istat, il numeno di occupati ha toccato il valore record di 23.200.000 unità. L’incertezza sta però frenando le assunzioni stabili (lo sgravio under35, under30 dal 2019, in vigore da gennaio, ha mostrato, finora, numeri modesti, appena 23mila contratti incentivati). In crescita i rapporti a termine, che stanno inglobando anche false collaborazioni e voucher. Il tasso di disoccupazione giovanile è in risalita al 33,1 per cento.
Jobs act da «rivedere»
Il governo Conte pensa a una «robusta revisione» del Jobs act, reo, a suo dire, di aver precarizzato l’occupazione, specie quella giovanile. Nel mirino, in particolare, sono finiti i contratti a termine, per i quali si ipotizza una stretta con il superamento del decreto Poletti del 2014. Si annuncia anche il restyling di politiche attive e centri per l’impiego, con un maxi rifinanziamento da 2,1 miliardi
Ad aprile, ultimo dato Istat, il numeno di occupati ha toccato il valore record di 23.200.000 unità. L’incertezza sta però frenando le assunzioni stabili (lo sgravio under35, under30 dal 2019, in vigore da gennaio, ha mostrato, finora, numeri modesti, appena 23mila contratti incentivati). In crescita i rapporti a termine, che stanno inglobando anche false collaborazioni e voucher. Il tasso di disoccupazione giovanile è in risalita al 33,1 per cento.
Jobs act da «rivedere»
Il governo Conte pensa a una «robusta revisione» del Jobs act, reo, a suo dire, di aver precarizzato l’occupazione, specie quella giovanile. Nel mirino, in particolare, sono finiti i contratti a termine, per i quali si ipotizza una stretta con il superamento del decreto Poletti del 2014. Si annuncia anche il restyling di politiche attive e centri per l’impiego, con un maxi rifinanziamento da 2,1 miliardi
Cuneo al 47,7% Il terzo più alto tra i Paesi Ocse
Il peso di tasse e contributi
L’Ocse ci colloca al terzo posto per il peso del cuneo fiscale, con un gap di competitività che grava sul sistema produttivo. Per il “taxing wages” nel 2017 l’Italia è al 47,7%, al livello del 2016 (-0,09%), contro una media Ocse al 35,9%. Per i nuclei di quattro persone con due figli e un unico percettore di reddito il cuneo è al 38,6%, rispetto al 26,1% dei Paesi Ocse.
Partite Iva al 15%
Il governo Conte vuole tagliare l’Ires per le imprese a partire dal 2019, ma allargando il tiro a tutte le partite Iva. Le imprese, incluse ditte individuali e società di persone (oggi tassate a Irpef), si vedrebbero applicare sul reddito d’impresa o di lavoro autonomo un’aliquota secca del 15%. Per le Dta delle banche resterà l’addizionale fino al 27,5% per non pesare sui bilanci. Il contratto di governo contiene l’impegno alla riduzione strutturale del cuneo fiscale
L’Ocse ci colloca al terzo posto per il peso del cuneo fiscale, con un gap di competitività che grava sul sistema produttivo. Per il “taxing wages” nel 2017 l’Italia è al 47,7%, al livello del 2016 (-0,09%), contro una media Ocse al 35,9%. Per i nuclei di quattro persone con due figli e un unico percettore di reddito il cuneo è al 38,6%, rispetto al 26,1% dei Paesi Ocse.
Partite Iva al 15%
Il governo Conte vuole tagliare l’Ires per le imprese a partire dal 2019, ma allargando il tiro a tutte le partite Iva. Le imprese, incluse ditte individuali e società di persone (oggi tassate a Irpef), si vedrebbero applicare sul reddito d’impresa o di lavoro autonomo un’aliquota secca del 15%. Per le Dta delle banche resterà l’addizionale fino al 27,5% per non pesare sui bilanci. Il contratto di governo contiene l’impegno alla riduzione strutturale del cuneo fiscale
Livelli ancora sotto quelli del 2010 e dei competitor Ue
Ritorno al segno più
Nel 2017 c’è stata una positiva inversione di tendenza per la produttività(+0,9%) dopo il calo dello 0,4% del 2016, anche se restiamo sotto il livello del 2010 (+2,9%). La produttività del lavoro ha ripreso a crescere (0,7 %), dopo che nel 2016 è scesa in territorio negativo, in controtendenza rispetto ai competitor europei.
Tema centrale dimenticato
Pur non figurando nel programma di governo, il tema del rilancio della produttività resta centrale per il nostro Paese, secondo tutti i principali organismi internazionali. Non si conoscono le intenzioni del nuovo Esecutivo in tema di sostegno alla diffusione dei contratti di produttività nelle imprese. La detassazione dei premi di produttività sta contribuendo alla diffusione degli accordi aziendali, così come l’opzione delle prestazioni di welfare esentasse.
Nel 2017 c’è stata una positiva inversione di tendenza per la produttività(+0,9%) dopo il calo dello 0,4% del 2016, anche se restiamo sotto il livello del 2010 (+2,9%). La produttività del lavoro ha ripreso a crescere (0,7 %), dopo che nel 2016 è scesa in territorio negativo, in controtendenza rispetto ai competitor europei.
Tema centrale dimenticato
Pur non figurando nel programma di governo, il tema del rilancio della produttività resta centrale per il nostro Paese, secondo tutti i principali organismi internazionali. Non si conoscono le intenzioni del nuovo Esecutivo in tema di sostegno alla diffusione dei contratti di produttività nelle imprese. La detassazione dei premi di produttività sta contribuendo alla diffusione degli accordi aziendali, così come l’opzione delle prestazioni di welfare esentasse.
Il 40% dei lavoratori non è preparato per la sua professione
Il nodo « Skill mismatch»
Il sasso nello stagno lo ha lanciato la relazione 2018 di Banca d’Italia, riportando questo numero: nella media 2005-2015 il 40% dei lavoratori italiani possedeva un livello di istruzione significativamente diverso da quello richiesto per la professione svolta. Si tratta di un gap elevatissimo, superiore a quelli di Francia, Germania e della media Ue. A pesare è il mancato link scuola-lavoro e il basso valore segnaletico dei voti accademici
Più Its, meno alternanza
Nel programma giallo-verde si danno due indicazioni, in parte contrastanti. Da un lato si rilanciano le scuole «di tipo tecnico professionale», Its compresi, per assicurare ai giovani sbocchi nei settori manuali, tecniche e artigianali. Dall’altro, però, si dice di voler rivedere le ore di alternanza in base ai singoli indirizzi
Il sasso nello stagno lo ha lanciato la relazione 2018 di Banca d’Italia, riportando questo numero: nella media 2005-2015 il 40% dei lavoratori italiani possedeva un livello di istruzione significativamente diverso da quello richiesto per la professione svolta. Si tratta di un gap elevatissimo, superiore a quelli di Francia, Germania e della media Ue. A pesare è il mancato link scuola-lavoro e il basso valore segnaletico dei voti accademici
Più Its, meno alternanza
Nel programma giallo-verde si danno due indicazioni, in parte contrastanti. Da un lato si rilanciano le scuole «di tipo tecnico professionale», Its compresi, per assicurare ai giovani sbocchi nei settori manuali, tecniche e artigianali. Dall’altro, però, si dice di voler rivedere le ore di alternanza in base ai singoli indirizzi
Il Pil del Sud torna positivo, ma il gap è ancora molto ampio
Risale il Pil, meno il lavoro
Nel 2017 il Pil italiano è cresciuto dell’1,5% e crescerà quest’anno dell’1,4%, con il Sud che aggancia la ripresa (+1,3% nel 2017 e 1,2% nel 2018), ma è tuttora tramortito da una crisi sociale segnata dalla disoccupazione (mancano all’appello ancora 400mila posti) e dalla povertà (il 10% della popolazione). Le aziende sono tornate numericamente ai livelli pre-crisi, ma sono soprattutto piccole e micro imprese.
Nessuna misura specifica
Il contratto di governo M5S-Lega spiega che «contrariamente al passato» non ci sono misure ad hoc per il Sud perché tutti gli interventi in cantiere (a partire dal reddito di cittadinanza) faranno crescere il Paese in modo «omogeneo». Dal precedente esecutivo si eredita la decontribuzione per le assunzioni, le Zes e la clausola sul 34% di investimenti pubblici nel Sud.
Nel 2017 il Pil italiano è cresciuto dell’1,5% e crescerà quest’anno dell’1,4%, con il Sud che aggancia la ripresa (+1,3% nel 2017 e 1,2% nel 2018), ma è tuttora tramortito da una crisi sociale segnata dalla disoccupazione (mancano all’appello ancora 400mila posti) e dalla povertà (il 10% della popolazione). Le aziende sono tornate numericamente ai livelli pre-crisi, ma sono soprattutto piccole e micro imprese.
Nessuna misura specifica
Il contratto di governo M5S-Lega spiega che «contrariamente al passato» non ci sono misure ad hoc per il Sud perché tutti gli interventi in cantiere (a partire dal reddito di cittadinanza) faranno crescere il Paese in modo «omogeneo». Dal precedente esecutivo si eredita la decontribuzione per le assunzioni, le Zes e la clausola sul 34% di investimenti pubblici nel Sud.
Reddito di inclusione per 2,5 milioni di persone, non basta
Più poveri assoluti
I cittadini in povertà assoluta sono 4,7 milioni, secondo le ultime statistiche, pari al 7,9% della popolazione. Il dato non è variato molto dal 2015, è più elevato nelle regioni del Mezzogiorno (tra il 9 e il 10%) e meno in quelle del Centro-Nord (6-7%). L’attuale piano di aiuti, il Reddito di inclusione, ha risorse per garantire un sostegno a circa 2,5 milioni di persone, e per coprire l’intera platea servirebbero 7 miliardi l’anno
Piano in due tempi
Il piano del nuovo governo dovrebbe agire in due tempi: prima rafforzare la rete dei Centri per l’impego e poi lanciare il Reddito di cittadinanza, anche rifinanziando l’attuale Rei, finanziato con 2,1 miliardi quest’anno, 2,5 nel 2019 e 2,8 strutturali a decorrere dal 2020 (si sfiorano i 3 miliardi considerando anche i fondi Pon)
I cittadini in povertà assoluta sono 4,7 milioni, secondo le ultime statistiche, pari al 7,9% della popolazione. Il dato non è variato molto dal 2015, è più elevato nelle regioni del Mezzogiorno (tra il 9 e il 10%) e meno in quelle del Centro-Nord (6-7%). L’attuale piano di aiuti, il Reddito di inclusione, ha risorse per garantire un sostegno a circa 2,5 milioni di persone, e per coprire l’intera platea servirebbero 7 miliardi l’anno
Piano in due tempi
Il piano del nuovo governo dovrebbe agire in due tempi: prima rafforzare la rete dei Centri per l’impego e poi lanciare il Reddito di cittadinanza, anche rifinanziando l’attuale Rei, finanziato con 2,1 miliardi quest’anno, 2,5 nel 2019 e 2,8 strutturali a decorrere dal 2020 (si sfiorano i 3 miliardi considerando anche i fondi Pon)

